La scheda sulla scultura di Ciro Costagliola
 

La storia della scultura

La scultura è l'Arte di creare e modellare forme a tre dimensioni; il termine deriva dal latino sculpere ("scolpire", "intagliare"). Tradizionalmente, se la forma realizzata è completamente libera e osservabile da più lati, si ha una scultura a tutto tondo (come nelle statue); se la scultura mantiene un rapporto con il piano di fondo, forzando l'osservatore ad adottare un punto di vista obbligato, si ha un rilievo, che si può dividere in tre categorie principali: "stiacciato" o schiacciato (in cui le forme sporgono molto poco dal fondo e a volte sono realizzate quasi solo attraverso incisione); bassorilievo (in cui le forme si staccano dal fondo all'incirca per metà del loro volume, creando contrasti chiaroscurali); altorilievo (nel quale le forme sono definite nelle tre dimensioni ma ancora attaccate al fondo: si determinano in questo modo effetti di notevole profondità).
Secondo una celebre distinzione di Michelangelo riportata dal Vasari, si realizzano sculture o "per forza di levare", vale a dire sottraendo alla materia quanto ritenuto superfluo, fino a raggiungere la forma desiderata, o "per via di porre", cioè modellando materiali cosiddetti plasmabili. A partire dal Novecento, questa distinzione tra i due procedimenti fondamentali è spesso stata superata, attraverso l'assemblaggio di oggetti e l'utilizzo contemporaneo di mezzi e materiali diversi: nelle costruzioni, nelle installazioni o negli "ambienti" dell’arte contemporanea, la componente principale non è tanto la massa fisica della scultura, ma lo spazio stesso, all'interno del quale l'opera o lo spettatore possano essere liberi di muoversi, modificarsi o interagire.
Fin dai tempi più remoti, disegni e schizzi costituiscono la prima espressione del progetto per una scultura. Per citare un esempio celebre, si pensi ai disegni di Leonardo per il monumento equestre a Francesco Sforza (1482 ca.). Il disegno serviva in passato anche per presentare l'opera ai committenti o come traccia per il lavoro degli assistenti. A partire dal Cinquecento il disegno fu soppiantato dai modelli, mentre in epoca contemporanea esso ha nuovamente assunto un ruolo centrale nella progettazione artistica, costituendo, insieme alla fotografia, un'importante testimonianza dello sviluppo del pensiero dell'autore o dei cambiamenti in fase di realizzazione (come nel caso dei progetti per le installazioni e gli "impacchettamenti" di Christo).
Modelli
Il modello o maquette viene usato dall'artista per tradurre in una forma tridimensionale la propria idea dell'opera. È realizzato solitamente in scala ridotta, secondo proporzioni che ne facilitino poi la replica in grande (oppure al vero), e di norma con materiali plasmabili (quali la creta, la cera ecc.). L'impiego di modelli è molto antico, e conobbe una grande diffusione a partire dal Rinascimento quando, in accordo con i principi del neoplatonismo, il momento dell'ideazione venne riconosciuto come preminente rispetto a quello dell'esecuzione.
Tecniche e materiali
Rispetto all'antichità, molte tecniche della scultura sono rimaste sostanzialmente invariate, mentre si è enormemente ampliata la gamma dei materiali a disposizione degli artisti, che va dai tradizionali legno, pietra e metalli alle materie plastiche, ai tubi al neon, ai proiettori, fino a comprendere qualsiasi sostanza organica e inorganica che l'artista ritiene di poter utilizzare nella propria opera.
Intaglio
È il procedimento "per forza di levare" (cioè di sottrazione della materia superflua), che inizia con la prima sbozzatura e termina con la definizione dei dettagli più minuti; l’intaglio non offre possibilità di ripensamento. La natura dei vari materiali (spesso duri e resistenti) determina risultati molto diversi e richiede la conoscenza di tecniche specifiche. Per il marmo, Michelangelo (che riteneva che la forma fosse "prigioniera" della materia) suggeriva di immaginare di immergere il modello in una vasca colma d'acqua, e quindi di fare defluire lentamente l'acqua, in modo che le parti del corpo emergano poco alla volta dalla superficie; allo stesso modo la figura deve "affacciarsi" dal blocco di marmo e "liberarsi" da esso.
Metodi di riporto
Uno dei sistemi più antichi per replicare una scultura o passare dal modello all'opera è quello di cui parla Leon Battista Alberti nel suo De statua (1464). Strumento indispensabile era il "definitore", cioè un cerchio graduato dotato di un'asta sporgente da cui pendeva un filo a piombo: collocata la struttura in cima al bozzetto, si rilevavano i punti sporgenti della forma grazie al filo a piombo, regolato a diverse distanze lungo l'asta. Lo strumento veniva poi applicato al blocco di pietra da scolpire, sul quale si riportavano gli stessi punti praticando dei fori di profondità; quindi si procedeva all'eliminazione della materia fino a quei punti. Nelle botteghe era adottato anche un procedimento meno complesso, basato sull'uso di gabbie, squadre e fili a piombo, che consentiva il riporto dei punti solo in maniera empirica. Naturalmente, il passaggio dall'uso del blocco singolo alle sculture composte da più parti determinò lo sviluppo di nuovi metodi di misurazione. A partire dall'Ottocento si diffuse l'impiego della "crocetta", uno strumento in legno o metallo con tre punte in acciaio che vengono fissate ai corrispondenti punti di maggiore emergenza del modello: uno speciale compasso permette la rilevazione di numerosi altri punti e, quindi, una maggiore precisione nel riporto delle misure.

Scultura in legno
Le sculture in legno furono realizzate fin dalla più remota antichità. I legni più usati sono quelli di media durezza (noce, cipresso, quercia, tiglio e pero) o dolci e resinosi (pino o larice), resistenti all'azione dei tarli, e comunque ben stagionati. In passato il legno era ritenuto un materiale "povero" e per questo le sculture venivano dipinte (previa stesura di una preparazione uniforme di gesso e colla), aumentando l’effetto di verosimiglianza. Nel XX secolo, al contrario, si è preferito mettere in evidenza la struttura del legno – fibre, colore e venature – lasciando la scultura al naturale o trattandola con una ceratura e lucidatura finale. Gli strumenti necessari per lavorare il legno sono seghe, seghetti ad arco, asce, scalpelli e mazzuoli, sgorbie, raspe, raschietti, carte abrasive, trapani, pialle.


Scultura in Pietra
La pietra è da sempre il materiale più usato in scultura. Comunemente si associa il nome "pietra" a ogni tipo di roccia impiegato; dal punto di vista geomorfologico, le pietre si distinguono in tre gruppi principali: metamorfiche (come il marmo), ignee (come il granito e il porfido) e sedimentarie (come il calcare e l'arenaria). Ogni tipo di pietra presenta diverse caratteristiche di "durezza", ed è quindi soggetto a differenti lavorazioni che portano a diverse rese scultorie. Si può scolpire incidendo direttamente il blocco, su cui si è disegnata la figura, oppure riportandovi prima i punti fondamentali misurati sul modello. Dopo una prima sbozzatura a mazzuolo, si procede per eliminazione progressiva della pietra, lavorando con strumenti sempre meno "penetranti", dalla subbia (il pesante scalpello utilizzato per sgrossare) al trapano, alle gradine, agli scalpelli via via più fini; si conclude con la lucidatura, utilizzando raspe e abrasivi come la pietra pomice o la sabbia, ed eventualmente con la patinatura (con olio o cera). Fino al primo Rinascimento anche le statue e i rilievi in pietra venivano dipinti, come le sculture lignee.


Scultura in avorio
L'avorio è la sostanza di cui sono formate le zanne e i denti di vari animali (elefante, tricheco, ippopotamo e narvalo). Nella scultura viene impiegato sin dalla preistoria per realizzare opere generalmente di piccole dimensioni. Particolarmente notevoli sono i manufatti eburnei bizantini e quelli occidentali del periodo gotico, soprattutto francesi: si tratta di statuine, dittici, polittici, copertine di libri, dorsi di specchi ecc. L'intaglio si realizza con seghetti, sgorbie, scalpelli e strumenti abrasivi come lime e raspe; si procede quindi alla levigatura e lucidatura con carte e polveri abrasive.


Scultura in terra
Quella in terra è probabilmente la più antica forma di scultura, grazie alla plasmabilità del materiale e alla sua facile reperibilità. Nella maggior parte dei casi, per sculture in terra si intendono opere d'argilla. Le argille si dividono in pure, refrattarie e sedimentarie; si lavorano tutte facendone un impasto con acqua. Se l'argilla è troppo grossolana o povera, è preferibile mescolarla ad altre più fini o impastarla con materiali fibrosi per ovviare alla tendenza del materiale a screpolarsi durante l'essiccamento (un rischio molto alto soprattutto se la scultura è grande e quindi modellata su un'armatura in legno o metallo). Le argille sedimentarie, piuttosto ricche di impurità e facili da modellare, sono comunemente chiamate crete: si modellano direttamente con le dita, oppure con spatole in legno e metallo, con stecche o con scalpelli. Durante le pause della lavorazione la scultura deve essere coperta con panni umidi e sacchetti di plastica, affinché non si asciughi troppo. L'argilla più pura cotta in forno ad alte temperature è chiamata ceramica. Se è a pasta porosa, si distingue in maiolica e terracotta, rispettivamente con e senza rivestimento; se invece è a pasta compatta, a seconda del colore si avranno porcellana (bianca) o grès (colorata). Perché una scultura in argilla di dimensioni considerevoli possa essere cotta senza rompersi, essa deve essere messa nel forno priva di armatura e vuota al suo interno. Quindi, una volta terminato il modellato e asciugatasi la superficie, si divide l'opera con un filo d'acciaio in due o più parti, si scava ciascun pezzo svuotandolo, quindi si ricompone il tutto incollando i vari monconi. Prima del passaggio in forno, nella scultura deve essere praticato un foro per consentire la fuoriuscita del vapore; occorre inoltre calcolare una riduzione delle dimensioni dell'opera, di circa un decimo, dovuta all'essiccazione.


Scultura in cera
La cera è un materiale insolubile in acqua, dal colore bianco-giallastro, di origine animale, vegetale o sintetica. Si plasma direttamente a mano, dopo averla ammorbidita scaldandola a bagnomaria in un recipiente; oppure si liquefa e si cola in stampi, o ancora si ritaglia a partire da spessi "fogli" in forme che vengono unite con l'ausilio di un saldatore. La cera può essere colorata con l'aggiunta di pigmenti o dipinta con colori a olio. L'artista che più di ogni altro seppe sfruttare le potenzialità della scultura in cera fu l'italiano Medardo Rosso.


Scultura in gesso
Viene praticata fin dal Neolitico: a Gerico sono stati scoperti crani umani coperti da uno strato di gesso e dipinti, risalenti all'incirca a 9000 anni fa. Il gesso va impastato con acqua fino a quando non si ottiene una miscela cremosa e senza grumi; se lasciato riposare, l'impasto "fa presa" velocemente, cioè inizia a consolidarsi, e si essicca in poco tempo. Il gesso si può lavorare sia per intaglio (da blocchi), sia per modellato, costruendo la figura su un'armatura o uno scheletro metallico, e rinforzandola con l'impiego di iuta. Una volta asciutta, la scultura può essere finita con patinature a cera, olio di lino, gommalacca ecc. Per scolpire si utilizzano sgorbie, spatole, raschietti; lime e raspe servono per la finitura.

La scultura con gli stampi
Esiste tutta una serie di tecniche di scultura in cui si fa uso di stampi. Gli stampi accolgono l'impronta del modello costituendone una sorta di "negativo": in essi viene quindi colata una sostanza fluida o semifluida, che assumendone la forma produrrà il "positivo", cioè la copia del modello. Lo stampo viene detto a "forma perduta" se deve essere rotto per potere estrarre l'opera, una volta rappresa; se invece si può smontare, ed è quindi riutilizzabile, si chiama a "buona forma". A seconda dei materiali impiegati per accogliere l'impronta del bozzetto si hanno due tipi di stampi: rigidi (realizzati in terracotta, gesso, pietra o poliestere, e in un numero di pezzi commisurato alla complessità della forma) e flessibili (in lattice, poliuretano, caucciù, gelatine, e in uno o due pezzi). Sia gli stampi rigidi a tasselli sia quelli flessibili necessitano di una "cappa" esterna di contenimento.


Scultura un cemento e materie plastiche
L'utilizzo di questi materiali implica frequentemente l'uso di stampi. Una volta che il cemento è stato mescolato alla sabbia ed esposto all'aria, lo si cola in stampi rigidi di legno, gesso e sabbia.
Messe a punto alla fine dell'Ottocento e prodotte industrialmente, le plastiche possono essere di origine naturale o sintetica. A seconda del loro comportamento quando sono esposte al calore, si dividono in termoplastiche (che possono essere fuse senza decomporsi) e termoindurenti (che sono infusibili e insolubili); del primo gruppo fanno parte il polistirene, il PVC e il poliuretano, del secondo la bachelite, il poliestere e il silicone. Le caratteristiche delle plastiche possono inoltre essere modificate con l'aggiunta di catalizzatori, coloranti, stabilizzanti e altre sostanze come la polvere di legno, il carbone, il quarzo. Storicamente la plastica entra a far parte del repertorio di materiali per la scultura nei primi decenni del Novecento, con l'opera di Naum Gabo. Le resine metacriliche (come il plexiglas) sono generalmente trasparenti, reperibili in commercio in forma di lastre e blocchi: si lavorano per intaglio, levigatura o assemblaggio. Materie come il poliestere vengono utilizzate per impregnare e quindi rinforzare sostanze porose o, tramite colatura in stampi, per la produzione di sculture, che possono essere sia piene sia vuote (in tal caso rinforzate con fibra di vetro). Vanno infine ricordate le spume sintetiche, come il polistirolo e il poliuretano espanso, che sono estremamente facili da plasmare.


Scultura in metallo
Le sculture di questo tipo possono essere suddivise in diverse categorie a seconda del tipo di metallo impiegato: metallo prezioso (come l'oro, l'argento e il platino), ferroso (il ferro) e non ferroso (come lo stagno, il piombo, lo zinco, l'alluminio e il rame). Particolarmente importanti sono le leghe, come l'acciaio e la ghisa (a base di ferro e carbonio), o come l'ottone (a base di rame e zinco) e il bronzo (a base di rame e stagno, la più usata per le fusioni artistiche), che sono materiali più duttili, resistenti agli urti e quindi particolarmente adatti alla scultura.
La Fusione
Fin dall'antichità, i metodi di fusione più comuni sono due: quello a cera persa e quello "a sabbia" o "a staffa". Per realizzare una fusione a cera persa bisogna costruire intorno al modello (di creta o altro materiale malleabile), cioè al "positivo", un calco a tasselli da smontare, che funga da "negativo". Tolto e ricomposto il calco, si spennella al suo interno uno strato uniforme di cera fusa e lo si lascia raffreddare. Si riempie quindi il calco incerato con materiale refrattario, nel quale si introduce un’armatura per rendere più solido il pezzo così ottenuto (la cosiddetta "anima"); e infine si smonta il calco. A questo punto l’artista ricopre l’anima di uno spesso strato di cera che modella nelle forme precise dell’opera da fondere. Intorno a questa scultura viene costruita una tonaca di gesso e materiale refrattario (detta “forma”), percorsa da vari canaletti, che costituiranno il sistema di alimentazione e insieme di sfiato dei gas di fusione. La forma è quindi posta in forno e cotta: la cera al suo interno fonde e va "perduta", cola cioè dai canaletti predisposti, lasciando un'intercapedine vuota. È in quest’ultima che, una volta rovesciato il blocco, viene versata la lega metallica fusa, la quale si diffonde uniformemente attorno all’anima. Quando il metallo si è raffreddato, si elimina la struttura esterna dello stampo e si leva l’anima interna; quindi si passa alla finitura dei particolari.
Nel metodo della fusione "a sabbia", una miscela di sabbia da fonderia e argilla viene posta in una cassa-telaio nella quale il modello viene immerso per circa metà del suo spessore, lasciando un'impronta. Dopo avere collegato alla cassa i condotti di alimentazione, si spolvera il modello di talco e lo si pone nuovamente nell'impronta, lasciata essiccare (si ripete l'operazione anche con un secondo telaio, nel quale viene impressa la forma dell'altra metà della scultura; i due telai saranno poi uniti). Si versa quindi il metallo nell'intercapedine formatasi tra impronta e modello e si procede all'eliminazione dei condotti. Questo metodo viene impiegato soprattutto per la realizzazione di medaglie e bassorilievi.
La Saldatura
Tramite la saldatura vengono uniti pezzi costituiti di un medesimo metallo (fondendone i rispettivi bordi) o di metalli differenti (in tal caso è necessario l'impiego di una bacchetta di metallo per saldatura, che "leghi" i blocchi). I due metodi più comuni di saldatura sono quello a cannello, in cui si fa uso di bombole di ossigeno e acetilene, e quello "ad arco voltaico", che sfrutta l'azione di un elettrodo per sviluppare altissime temperature.
Assemblaggi e installazioni
Assemblaggi e installazioni sono tecniche artistiche recenti che derivano da un preciso intento estetico e poetico: mirano cioè a mettere in evidenza i molteplici punti di vista dai quali può essere colta e interpretata la realtà. Molti artisti novecenteschi hanno utilizzato materiali un tempo esclusi dall’arte, come rottami di ferro, scarti di varia natura, confezioni, stracci, cartoni, assemblati secondo varie tecniche, che vanno dal collage alle "costruzioni" cubiste, dalla saldatura all'accumulazione di oggetti e così via. L'assemblaggio ha inoltre portato alle manifestazioni artistiche note come "installazioni" o "ambienti", nelle quali lo spazio, un tempo definito dalla massa solida della scultura, può essere suggerito o delimitato da fenomeni di diversa natura, come suoni o luci, o corrispondere a un determinato luogo geografico, o avere un carattere di transitorietà, legato alla durata dell'esperienza dello spettatore o della performance dell'artista.

Un po’ di storia della scultura


L'Antichità
I più antichi oggetti scolpiti (in avorio, corno, osso o pietra) rinvenuti nel corso di scavi archeologici risalgono a un'età compresa tra i 32.000 e i 27.000 anni fa. Appartengono al periodo più remoto alcune formose figurine femminili intagliate, rappresentanti forse dee della fertilità e per questo indicate convenzionalmente come "Veneri". Una di queste statuette, la cosiddetta Venere di Willendorf (30.000-25.000 a.C., Naturhistorisches Museum, Vienna), era dipinta di rosso, un colore dal forte significato simbolico.
Gli egizi furono una delle prime grandi civiltà mediterranee a praticare l'arte della scultura: tra le più antiche testimonianze vi è una lastra di ardesia incisa a bassorilievo, la Stele del re Narmer (3100 a.C., Museo egizio, Il Cairo), che raffigura la vittoria dell'Alto Egitto sul Basso Egitto. I faraoni venivano commemorati anche con statue a grandezza naturale, collocate nei templi funerari e nelle tombe (vedi Arte egizia). Più che veri ritratti, queste sculture sono rappresentazioni idealizzate: la postura è rigida e quasi sempre frontale, e la forte geometrizzazione e schematizzazione della struttura corporea trasforma le spalle e la parte alta del torace in una levigata forma triangolare, con il vertice rivolto in basso, come nella statua in diorite del faraone Chefren (2350 ca. a.C., Museo egizio, Il Cairo). Durante il regno di Akhenaton si sviluppò una corrente naturalista, testimoniata dal busto in gesso dipinto (1365 a.C., Staatliche Museen, Berlino) che ritrae la consorte del faraone, la regina Nefertiti.
L'arte mesopotamica fu il prodotto di numerose civiltà: sumera, accadica, babilonese e assira. I sumeri scolpivano piccole statuette in marmo raffiguranti divinità, nelle quali erano resi con enfasi naturalistica i grandi occhi spalancati, caratteristica ricorrente nella successiva scultura babilonese. Soggetti trattati frequentemente erano anche gli animali, rappresentati in grandi dimensioni sulle porte d'accesso e sui rilievi murali delle città assire (ne esistono vari esempi al British Museum di Londra e al Metropolitan Museum di New York).
Sempre nell'ambito delle grandi civiltà mediterranee, l'arte egea vide prima la fioritura della scultura minoica, testimoniata da statuette femminili in terracotta, maiolica, bronzo e avorio giunte fino a noi (spesso raffiguravano la "Dea dei serpenti" cretese, con il petto nudo e il capo cinto da rettili), e poi di quella micenea, di cui restano varie figurine di divinità in avorio intagliato e gesso, e alcuni rilievi monumentali, come quello della Porta dei Leoni di Micene (1300 a.C.). I greci, veri maestri dell'intaglio in pietra e della fusione in bronzo, crearono alcune delle più celebri sculture di tutti i tempi. Tra il VII e il I secolo a.C. portarono la rappresentazione della figura umana ad altissimi livelli di perfezione formale, operando perlopiù su scala monumentale. Nel periodo arcaico le figure erano rigide e schematizzate in base a forme geometriche, analogamente a quanto avveniva nell'arte egizia. Le più significative sculture greche dell'epoca preclassica (fine del VII-VI secolo a.C.) raffigurano giovani (kouroi) e giovinette (korai) in posizione eretta: più rigide le posture delle statue provenienti dal Peloponneso, più articolate quelle di provenienza attica (come la Kore di Antenore, metà del VI secolo a.C., Museo dell'Acropoli, Atene) e della Magna Grecia. In epoca classica (V e IV secolo a.C.), lo stile naturalistico adottato da maestri come Fidia, Policleto, Prassitele e Lisippo si manifestò in figure ben proporzionate, dall'espressione distesa. Celeberrimi i rilievi realizzati da Fidia e dai suoi allievi per ornare il Partenone sull'Acropoli di Atene, come le Tre dee (British Museum, Londra), i cui corpi reclinati sono velati da un leggerissimo e aderente panneggio. Durante l'ellenismo (secoli IV-I a.C.), la figura umana assunse una carica espressiva inedita, nei tratti del volto e nelle complicate posture. Uno dei grandi capolavori di questo periodo è la Nike di Samotracia (190 ca. a.C., Louvre, Parigi). Vedi anche Arte greca.
La civiltà etrusca, fiorita nell'area ora compresa tra Firenze e Roma, tra l'VIII e il III secolo a.C., conobbe eccellenti scultori che operavano utilizzando soprattutto la terracotta: sommo esempio della loro arte è il Sarcofago di Cerveteri conservato al Louvre, decorato con le figure sorridenti di una coppia di sposi, distese e morbidamente appoggiate su un gomito. Gli etruschi realizzarono tuttavia anche splendide sculture in bronzo, come ad esempio La lupa (500 a.C., Musei Capitolini, Roma). Vedi Arte etrusca.
I romani furono collezionisti e imitatori della scultura greca, tanto che dobbiamo spesso alle loro copie la nostra conoscenza degli originali greci perduti. Diedero inoltre grande impulso alla ritrattistica, caratterizzata da un inedito naturalismo, e consolidarono la tradizione di commemorare importanti eventi storici con sculture e rilievi. Le opere scultorie potevano fare parte di imponenti monumenti celebrativi, come l'Arco di Tito (81 ca. d.C.) e la Colonna Traiana (106 ca.), o erano pezzi in sé conclusi e autonomi, come la statua equestre di Marco Aurelio (175 ca.), destinata a diventare il prototipo di innumerevoli sculture di questo genere. Vedi Arte romana.
Dopo il crollo dell'impero romano e le invasioni barbariche si affermò uno stile che non rispecchiava più gli ideali classici, noto come "tardo-antico". Mentre l'arte germanica andava estendendo la propria influenza su buona parte d'Europa, il cristianesimo prendeva energicamente le distanze dall'eredità pagana, ripudiandone forme e tecniche artistiche. Gli esempi più precoci di scultura paleocristiana risalgono al IV secolo: ricordiamo il sarcofago di Giunio Basso (359 ca., Grotte Vaticane, Roma) in marmo intagliato, decorato con dieci scene bibliche popolate da figure rese approssimativamente nei tratti e nelle proporzioni.

Medioevo
Con l'affermarsi del cristianesimo, il divieto biblico di fabbricare idoli fece diminuire l'importanza della scultura tra le arti. Per buona parte dell'Alto Medioevo non si produssero più statue a grandezza naturale e autonome dalle strutture architettoniche, ma solo bassorilievi ornamentali, di impronta bizantina, e opere d’arte cosiddetta "minore": altari in avorio portatili, dittici (cioè coppie di pannelli) in avorio intagliato o minuti cofanetti smaltati in stile bizantino, come il Reliquiario di Limburg (X secolo, Limburg an der Lahn, Germania), un'urna in argento dorato, gioielli e smalto.
Tra la metà del X secolo e gli inizi dell'XI l'età ottoniana ha lasciato in Germania testimonianze importanti nel campo della scultura, come il Crocefisso di Gerone (cattedrale di Colonia), scolpito nel legno a grandezza naturale. Furono commissionati dal vescovo Bernward di Hildesheim la celebre coppia di porte bronzee per la cattedrale di Hildesheim (1015 ca.), divise in sedici pannnelli riccamente scolpiti ad altorilievo, e il cero pasquale in bronzo per la stessa cattedrale (inizi dell'XI secolo), decorato da un fregio figurato che si avvolge lungo il fusto, secondo uno schema simile a quello della Colonna Traiana.
Nel periodo romanico, tra l'XI e il XII secolo, la pratica di realizzare sculture monumentali in pietra riprese vigore. Le facciate delle chiese, soprattutto in Provenza e Borgogna, si popolarono di ricche decorazioni scultorie che dovevano attrarre ed educare i fedeli. Si trattava generalmente di rilievi, strettamente legati all'architettura (ornavano i portali, i timpani, gli stipiti). Uno dei soggetti più popolari fu il Giudizio Universale, che ispirò vivaci rappresentazioni di angeli e diavoli. Si svilupparono stili differenti: le sculture di alcune chiese, come quelle di Moissac, Autun o Vézelay, erano caratterizzate da un'inquieta espressività; mentre quelle di Tolosa o Saint-Gilles-du-Gard evocavano un sereno equilibrio classico. In Italia, tra i maggiori capolavori del periodo romanico vanno ricordati i rilievi della facciata della cattedrale di Modena realizzati da Wiligelmo (tra il 1099 e il 1106); la Deposizione (1178) del Duomo di Parma e i rilievi del vicino Battistero dell'Antelami; le meravigliose porte bronzee della Basilica veronese di San Zeno (secoli XI-XII) e quelle di Bonanno per il Duomo di Pisa (1180).
Il fiorire del gotico (secoli XII-XV) segnò il ritorno alla scultura a tutto tondo e alla statuaria in tutta Europa. Come nel periodo precedente, molte sculture erano ancora strettamente legate all'architettura ecclesiastica (ad esempio, abbellivano i pulpiti e gli arredi sacri), ma altre godevano di maggiore autonomia, e non ritraevano più esclusivamente soggetti sacri, bensì anche re e signori del tempo. Uno dei monumenti più importanti per ricostruire lo sviluppo della scultura medievale è la Cattedrale di Chartres in Francia, i cui portali testimoniano la progressiva evoluzione dello stile gotico. L'ingresso occidentale, che è il più antico (metà del XII secolo), presenta una decorazione a figure rigide, con panneggi schematici e volti poco espressivi, mentre i rilievi dei portali successivi, corrispondenti al transetto settentrionale e meridionale, mostrano una maggiore caratterizzazione dei personaggi, scolpiti in pose più mosse e dinamiche. Le sculture di Chartres sono quasi un'enciclopedia del mondo medievale: rappresentano storie bibliche, vite di santi, scene legate ai mestieri da svolgersi nei mesi dell'anno, figure allegoriche come quelle delle arti liberali, delle virtù e dei vizi. Gli autori di questi programmi scultori restano spesso ignoti e le opere nel loro insieme sono da ascrivere al lavoro collettivo di abili maestranze più che a singoli artisti. Ma non sempre è così: sappiamo ad esempio di uno sculture fiammingo, attivo a Digione nel XV secolo, che si chiamava Claus Sluter. La sua opera più nota è un pilastro policromo in pietra conosciuto come Calvario o Pozzo di Mosè (1395-1403, Certosa di Champmol, Digione; i Calvari, di cui ci restano numerose testimonianze in Bretagna, erano una sorta di racconto per immagini di episodi della tradizione cattolica), raffigurante vari profeti e caratterizzato da intenso realismo. Ci è giunto anche il nome di una delle prime scultrici della storia dell'arte occidentale, Sabina von Steinbach, che nel XIII secolo lavorò come assistente del padre, l'architetto della cattedrale di Strasburgo: a lei si devono le statue che personificano la chiesa e la sinagoga, collocate vicino ai portali meridionali della cattedrale. In Germania, la scultura gotica si distinse per un'intensità emotiva quasi espressionista, come si vede nelle statue e nei rilievi della balaustrata del coro della cattedrale di Naumburg (XIII secolo). Per molti scultori gotici dell'Europa settentrionale le sacre rappresentazioni furono un'importante fonte di ispirazione.
In Italia, per via della consuetudine con le opere di epoca romana, lo stile gotico fu caratterizzato anche da tratti classicheggianti. A metà del Duecento, Nicola Pisano realizzò un pulpito marmoreo per il battistero della cattedrale di Pisa di gusto marcatamente classico, sia nella scelta degli elementi architettonici sia nella resa dei soggetti scolpiti. Suo figlio, Giovanni Pisano, ne proseguì l'opera realizzando, ad esempio, le statue della facciata del Duomo di Siena (1285-1296), svincolate da ogni rapporto con l'architettura. Un altro grande allievo di Nicola Pisano fu Arnolfo di Cambio, attivo in Toscana e nel Lazio, autore di opere che fondono lo stile francese con un solido realismo di matrice antica (come nel Ritratto di Carlo I d'Angiò, o nel Presepe di Santa Maria Maggiore a Roma) e che, secondo alcuni studiosi, influenzarono Giotto.
Rinascimento e manierismo
Agli inizi del XV secolo, numerosi studiosi e artisti italiani cominciarono a interessarsi vivamente all'antichità, e a riscoprirne le opere, d'arte figurativa e letterarie. Fiorì il Rinascimento, "rinascita" ideale della cultura classica. Tra gli scultori rinascimentali, è necessario menzionare Lorenzo Ghiberti: le sue due porte bronzee con rilievi per il Battistero di Firenze rivelano una approfondita conoscenza della scultura romana. Nella seconda, la Porta del Paradiso (1425-1452), Lorenzo applicò anche le leggi della prospettiva lineare, che erano state appena codificate dai suoi contemporanei. Grazie alla nascita di una committenza laica, crebbe notevolmente la richiesta di grandi statue a tutto tondo: Ghiberti, Nanni di Banco, Donatello, Orcagna e il Verrocchio eseguirono, su commissione delle corporazioni cittadine, le statue di santi da collocare nelle nicchie esterne della chiesa fiorentina di Orsanmichele. Donatello fu il maggiore scultore del primo Rinascimento, non solo per l'indiscussa maestria tecnica (che lo indusse a formulare soluzioni inedite, come il rilievo "stiacciato" dell'altare del Santo a Padova, nella Basilica di Sant'Antonio, e a riportare ai massimi livelli la tradizione antica della fusione in bronzo), ma anche per l'intensità emotiva delle sue figure. Basti citare, ad esempio, la drammatica e realistica Maria Maddalena (1454-55, Battistero di Firenze) in legno policromo: la santa, tradizionalmente ritratta come una giovane dalla chioma fluente, è qui una vecchia emaciata e sdentata, con capelli arruffati lunghi fino ai polpacci. In ambito non fiorentino, va citato il senese Jacopo della Quercia. I nudi dei suoi rilievi marmorei (1425-1438) per la facciata della Basilica di San Petronio a Bologna sono vigorose interpretazioni della tradizione classica: Adamo ha il corpo perfetto e muscoloso degli dei e degli eroi greci, mentre i gesti e la figura di Eva si basano sulla tipologia della Venere pudica. Sempre a Bologna, si ricorda lo splendido Compianto o Pietà in terracotta (1485 ca., Santa Maria della Vita) di Niccolò dell'Arca, caratterizzato da forte realismo. Di questo autore sono pure numerose statue dell'Arca di San Domenico, alla quale lavorò anche il giovane Michelangelo.
Michelangelo si rivelò, giovanissimo, come uno dei geni indiscussi della scultura di tutti i tempi. Aveva solo vent'anni quando scolpì la Pietà (1498-1500, Basilica di San Pietro, Roma) e l'eroico David (Accademia di Firenze), le prime sculture monumentali del Rinascimento. Per la tomba del papa Giulio II, un progetto mai completato, Michelangelo realizzò il maestoso Mosè (1515 ca., San Pietro in Vincoli, Roma) e le celebri statue dei Prigioni (detti anche Schiavo ribelle e Schiavo morente). Intorno al 1520 lo stile della sua scultura mutò, come si vede nelle opere per le Tombe Medicee (1519-1534) nella Sacrestia Nuova di San Lorenzo a Firenze: le quattro figure allegoriche, simboleggianti le fasi del giorno, hanno corpi esageratamente possenti e posizioni contorte, che rivelano il distacco dell'artista dagli ideali d'armonia e proporzione del primo Rinascimento. Anche le sue opere più tarde, come la Pietà Rondanini (1554-1564 ca., Museo del Castello Sforzesco, Milano), sono decisamente anticlassiche e testimoniano l'emergere di nuove tendenze, che prenderanno forma con il manierismo.
Il manierismo fu uno stile caratterizzato da complessità compositiva, distorsione delle forme, esecuzione artificiosa e virtuosistica: ciò che gli artisti si prefiggevano non era tanto l'imitazione della natura, quanto la messa in discussione dei canoni che avevano improntato le opere della generazione precedente, animata da una forte inquietudine. Tra i maggiori scultori di quest'epoca vi furono Giambologna, Benvenuto Cellini e Francesco Primaticcio. Giambologna, di origine fiamminga, fu attivo soprattutto a Firenze, al servizio dei Medici; tra le sue opere migliori figura Il ratto delle Sabine (1580-1583, Loggia dei Lanzi, Firenze), monumentale gruppo scultorio in marmo, costruito in modo da essere visibile da diversi punti di vista: le tre figure "serpentinate", avvolte in una spirale ascendente, esprimono l'ideale manierista del dinamismo e della complessità della composizione. Sotto la medesima Loggia trova posto anche il Perseo bronzeo di Cellini (1545-1554), scultore e orafo abilissimo, autore anche di un'elegante Saliera in oro e smalto realizzata per il re di Francia Francesco I (1543, Kunsthistorisches Museum, Vienna), ornata da graziose figurette nude e slanciate. Per la corte francese, insieme a un gruppo di artisti noto come Scuola di Fontainebleau, lavorò anche Primaticcio, i cui raffinati rilievi a stucco (1540-1570) decorano varie sale del castello di Fontainebleau. La sua opera influenzò significativamente vari scultori francesi, tra cui Jean Goujon, autore dei sensuali rilievi raffiguranti le Ninfe che ornano la Fontana degli Innocenti (1548-49, Louvre, Parigi), e Germain Pilon, creatore di monumenti funebri notevoli per resa realistica e tecnica esecutiva.


La Scultura barocca e rococò
Lo stile barocco, sviluppatosi inizialmente a Roma, si impose presto in tutt'Italia, dove rimase dominante per tutto il XVII secolo: era caratterizzato da intensità dinamica e capacità di "commuovere" e stupire lo spettatore. Uno dei suoi maggiori interpreti fu Gian Lorenzo Bernini, pittore, scultore e architetto. Le sue opere sono animate da un vigoroso dinamismo, cui concorrono i drammatici giochi chiaroscurali e le forti espressioni delle figure, e testimoniano un incredibile virtuosismo tecnico nella lavorazione del marmo (si veda ad esempio il gruppo di Apollo e Dafne, 1622-1624, Galleria Borghese, Roma). Il suo David (1623-24, Galleria Borghese), lontano dalla misura e dal classicismo della versione michelangiolesca, è colto in un preciso istante del movimento, con il corpo in torsione per prepararsi al lancio, l'attenzione fissa sull'avversario. Molte delle maggiori sculture di Bernini si trovano nella Basilica di San Pietro, per la quale l'artista progettò anche il colonnato e la piazza antistante. All'interno lo scultore realizzò il gigantesco baldacchino (1624-1633) con colonne tortili in bronzo e l'enorme Cattedra di san Pietro (1657-1666). Una delle sue creazioni più famose è comunque la Cappella Cornaro in Santa Maria della Vittoria, a Roma, con la spettacolare Estasi di santa Teresa (1645-1652). In quest'opera "teatrale" (la scena è "esibita, offerta" allo spettatore come su un palcoscenico), Bernini trasfuse mirabilmente sensualità e spiritualità. La sua vastissima produzione, realizzata con l'aiuto di una grande bottega, comprende anche ritratti e busti e splendide fontane scolpite, come la celebre Fontana dei Fiumi (1648-1651) di piazza Navona a Roma.
In Francia l'eredità berniniana fu raccolta da scultori come François Girardon, che realizzò molte statue per i giardini del palazzo di Versailles; Antoine Coysevox e Pierre Puget, quest'ultimo famoso soprattutto per la decorazione del portale dell'Hôtel de Ville (1656-57) di Tolone e per il Milone (1671-1683, Louvre, Parigi), ottimo esempio dell'estetica barocca. Con l'inizio del XVIII secolo si affermò uno stile più delicato e decorativo, noto come rococò, di cui furono interpreti in primo luogo Etienne-Maurice Falconet, Jean-Baptiste Pigalle e Clodion (Claude Michel). In breve tempo la nuova tendenza si diffuse in tutta Europa: in Germania gli aspetti scenografici del rococò conobbero esemplari interpretazioni nelle opere policrome dei fratelli Egid Quirin e Cosmas Damian Asam, pittori, architetti e scultori. Il loro capolavoro fu la chiesa di San Giovanni Nepomuceno (1733-1746) di Monaco, costruita come un teatro sacro sontuosamente decorato.


Neoclassicismo
Intorno alla metà del Settecento si sviluppò una forte reazione al barocco in direzione classicista, sull'onda anche dell'entusiasmo per la riscoperta dell'arte antica attraverso grandi campagne di scavi archeologici in Italia (a Ercolano e Pompei) e nell'area mediterranea; l'affermarsi dell'illuminismo confermò inoltre queste tendenze nell'elaborazione di uno stile razionale e misurato, detto neoclassicismo. Determinante fu l'apporto dello storico dell'arte tedesco Johann Joachim Winckelmann, che invitò allo studio della scultura greca. Una delle opere più amate del tempo fu l'Apollo del Belvedere (copia romana di un originale greco della fine del IV secolo a.C., Musei Vaticani), ripresa da Antonio Canova nel suo Perseo con la testa di Medusa (1801, Metropolitan Museum of Art, New York). Canova fu il maggiore scultore neoclassico d'Europa, attivo a Venezia, Roma e Vienna. Lavorò per l'imperatore Napoleone, scolpendo vari busti, ritratti e statue, tra cui la celebre immagine della sorella Maria Paolina Borghese come Venere vincitrice (1804-1808, Galleria Borghese, Roma). A Vienna realizzò il monumento funebre a Maria Cristina d'Austria (1798-1805, Vienna, Augustinerkirche). Molto famoso fu anche lo scultore danese Bertel Thorvaldsen, residente a Roma, autore di figure severe e misurate. Il suo debito nei confronti di Canova è evidente nelle prime opere neoclassiche, come il Giasone (1803, Museo Thorvaldsen, Copenaghen; basato su una copia romana del Doryphoros greco del V secolo a.C., ora al Museo Nazionale di Napoli); ma in seguito la sua arte attinse direttamente alle fonti classiche e arcaiche, grazie alla sua attività di restauratore dei rilievi marmorei del frontone del tempio di Afaia sull'isola di Egina.


Romanticismo
Con il romanticismo, nato al volgere del Settecento, gli scultori si liberarono dei modelli del passato per darsi alla creazione di opere caratterizzate dal predominio della componente emotiva, in netta rottura con la linearità neoclassica. In Francia, tra i più significativi scultori romantici si ricordano François Rude e Antoine-Louis Barye. Rude è noto soprattutto per le sculture monumentali dell'Arc de Triomphe di Parigi, e in particolare per La Marsigliese (1833-1836), una grande figura alata simboleggiante la libertà che si slancia in avanti incitando alla battaglia il gruppo di uomini che la segue. Barye scolpì soprattutto animali: i suoi bronzi sono naturalistici e meticolosi ritratti di animate scene di lotta tra belve. In Italia, lo scultore di maggiore talento fu Lorenzo Bartolini, ancora legato a formule neoclassiche cui associò un nuovo sentimento purista e religioso, come nella statua intitolata La fiducia in Dio (1836, Museo Poldi Pezzoli, Milano).
Lo scultore più originale dell'Ottocento fu il francese Auguste Rodin, che si rivolse con attenzione veristica allo studio della figura umana, traducendone i moti interiori in forme dinamiche, sensuali e potenti, di intensità quasi espressionista. Il bisogno di liberarsi dal peso della tradizione accademica lo portò al confronto con varie fonti antiche: l'arte gotica del Nord Europa, Donatello, Michelangelo (da cui mutuò l'amore per il "non finito") e persino il rococò. La sua affinità con alcuni aspetti della classicità si manifesta nel precoce Uomo col naso rotto (1864, Rodin Museum, Philadelphia Museum of Art), ispirato ai busti romani e, successivamente, nella fine politura del marmo e nell'erotismo idealizzato del Bacio (1886, Musée Rodin, Parigi). Nel 1880 gli fu commissionata una porta bronzea per un nuovo museo (mai realizzata); il progetto, noto come La porta dell'Inferno (1880-1907, Musée Rodin), con le sue figure in gesso, offrì modelli per numerose grandi opere indipendenti realizzate in bronzo: tra le più celebri si ricordano Il pensatore (1880), Adamo (1880) e Eva (1881), tutte esposte al Musée Rodin di Parigi.
In Italia la seconda metà dell'Ottocento vide nascere nelle arti varie reazioni antiaccademiche, espresse, ad esempio, nel movimento della scapigliatura. L'opera dello scultore Giuseppe Grandi, autore del Monumento alle Cinque Giornate (1880, Milano), fu determinante nella formazione di artisti come Paolo Troubetzkoy e, soprattutto, Medardo Rosso, una delle figure di maggior rilievo dell'arte italiana di fine secolo. I bronzi di Rosso e le sue delicate sculture in cera dai contorni sfaldati, delineate per tratti sommari, nascono da un'attenzione per il dato psicologico che richiama alcuni aspetti dell'impressionismo francese. Un'importante corrente artistica italiana tardo-ottocentesca fu quella del verismo: ne fecero parte scultori come Adriano Cecioni (vicino all'ambiente fiorentino dei macchiaioli) e Vincenzo Gemito, il cui Pescatorello (1877) raccolse consensi internazionali. In alcuni casi il verismo assunse toni di denuncia sociale, in opere quali Le vittime del lavoro (1882-83, Galleria nazionale di arte moderna, Roma) di Vincenzo Vela.


La Scultura nel xx secolo
Gran parte della scultura prodotta nel XX secolo è radicalmente differente per forme, significati e intenti da quella del passato: l'opera scultoria si espande, superando i limiti tradizionali della singola figura o del gruppo; viene prodotta per "costruzione" e accumulazione, con materiali di ogni natura; spesso abbandona il campo figurativo. Come nella pittura, anche nella scultura si riconoscono gli orientamenti dei movimenti di avanguardia, come il futurismo, il cubismo, il costruttivismo, il dada, il surrealismo. Agli inizi del Novecento iniziarono a essere incluse tra le fonti d'ispirazione anche le tradizioni artistiche di culture lontane o di civiltà passate: gli scultori europei presero a studiare la scultura arcaica, l'arte africana e quella dell'Oceania, viaggiando o osservando gli oggetti e le opere esotiche che venivano esposte nei musei etnologici e di storia naturale.


Le avanguardie europee
Prima di passare in rassegna le principali avanguardie europee, è bene introdurre due artisti che non possono rientrare a pieno titolo in alcun movimento, ma che per la loro importanza hanno profondamente segnato la storia della scultura del Novecento: Brancusi e Modigliani. Constantin Brancusi, nato in Romania, si trasferì a Parigi nel 1904. Opere come Figura antica (1908, Art Institute of Chicago) e Il bacio (1908, Philadelphia Museum of Art) sono trasparenti omaggi all'arte primitiva. L'intento di Brancusi di "dare [allo spettatore] pura gioia" si tradusse anche in lavori sottilmente ironici, come il Torso di giovane (1924, Hirshhorn Museum), o nei totemici Adamo ed Eva (1912, Guggenheim Museum, New York), nei quali è evidente la ricerca di forme primordiali. La scelta di Brancusi di lavorare insieme alla statua anche il piedistallo, creando talvolta ricercati contrasti tra i due elementi (ad esempio, base grezza e figura lucente, o viceversa), e la sua capacità di ridurre i corpi e i volumi a forme essenziali, facendo al contempo emergere tutta la bellezza dei materiali, furono una lezione seguita da molti scultori. L'italiano Amedeo Modigliani, nato a Livorno e trasferitosi a Parigi nel 1906, fu spinto da Brancusi a studiare l'arte cicladica e quella africana arcaica. Tra il 1909 e il 1914 Modigliani scolpì una serie di teste in calcare, come la Testa di donna (1912, Centre Georges Pompidou, Parigi), che lo porteranno a scoprire il valore costruttivo della linea, fondamentale negli sviluppi della sua produzione pittorica.
L'arte africana ebbe un ruolo notevole anche nello sviluppo del movimento cubista, e in particolare nel percorso artistico dei suoi due massimi esponenti, Braque e Picasso. Nel 1907 Picasso realizzò numerosi intagli in legno direttamente ispirati alle maschere africane. Affascinato anche dalla tradizione dell'arte iberica, fuse bronzetti dai visi schematizzati, come la Testa di donna (1906-1907, Hirshhorn Museum), che nelle distorsioni prelude all'evoluzione dello stile cubista poi culminato nella Testa di donna dell'Albright-Knox Art Gallery di Buffalo (1909 ca.). Negli anni successivi, Picasso sperimentò con Braque il collage, dapprima in opere figurative a due dimensioni, quindi nella scultura, e realizzò composizioni come La chitarra (1912, Museum of Modern Art, New York), in lamina metallica e cartone. Nei decenni seguenti tornò alla fusione in bronzo, sia pure entro una concezione surrealista (Uomo e pecora, 1944, Philadelphia Museum of Art) e, dopo la guerra, iniziò a lavorare anche la ceramica, sviluppando una tecnica di cui si servì per moltissime opere. Nei primi decenni del Novecento numerosi furono gli scultori, attivi soprattutto a Parigi, che aderirono alla poetica cubista. Tra essi vi furono Raymond Duchamp-Villon, Aleksandr Archipenko e Jacques Lipchitz, che esplorarono la realtà attraverso proiezioni plurime dei volumi, tagli e sovrapposizioni di piani, come nel Marinaio con chitarra (1914, collezione privata) di Lipchitz.
Nato in Russia negli anni Venti, il costruttivismo vide tra i suoi fondatori Vladimir Tatlin, celebre per il modello in legno, ferro e vetro del Monumento alla Terza Internazionale (1919-20, Ermitage, San Pietroburgo; mai realizzato). I costruttivisti privilegiavano le dinamiche dello spazio scultorio rispetto all'immobilità della massa e intendevano, attraverso le forme plastiche, indagare il rapporto di continuità tra spazio e tempo; il loro fu uno dei movimenti artistici d'avanguardia più significativi del primo Novecento, anche per il tentativo di avvicinare l'arte alle masse popolari. Nel 1920 i fratelli Naum Gabo e Anton Pevsner firmarono il Manifesto realista, nel quale riassumevano le tesi costruttiviste e teorizzavano per la prima volta l'utilizzo nella scultura di materiali industriali. Gabo fu l'autore delle prime opere "cinetiche" del secolo; assieme al fratello, anch'egli scultore, emigrò prima a Berlino e Parigi, e quindi negli Stati Uniti, diffondendo così le idee del movimento.
Tra i principali movimenti d'avanguardia novecenteschi va ricordato anche il futurismo, nato in Italia. I futuristi, come i cubisti, partivano dallo studio e dalla scomposizione della forma in rapporto allo spazio; immaginavano tuttavia i soggetti in movimento, in continua evoluzione, e li rappresentavano attraverso la percezione che se ne può avere, come insieme di tracce lasciate dal loro spostamento. Velocità e trasformazione furono gli elementi generativi delle opere futuriste: si considerino ad esempio i bronzi di Umberto Boccioni Sviluppo di una bottiglia nello spazio (1912, Museum of Modern Art, New York) e Forme uniche nella continuità dello spazio (1913, Galleria d'arte moderna, Milano). Importante fu anche il contributo al movimento di Enrico Prampolini, figura di collegamento con le altre avanguardie europee e grande sperimentatore di nuove tecniche: le sue prime opere polimateriche risalgono al 1913-14. Tra le scultrici futuriste va ricordata Regina Bracchi, attiva nel gruppo dopo il primo conflitto mondiale, autrice di opere in latta, stagno, celluloide e alluminio.
Negli anni Dieci l'artista francese Marcel Duchamp manifestò la poetica dada attraverso la provocatoria collocazione in mostre ed esposizioni di oggetti comunissimi, prodotti e commercializzati in serie (come la ruota di una bicicletta, uno scolabottiglie o un orinatoio), reinventati come sculture (ready-mades). Il significato dell'operazione era mettere in discussione i criteri di giudizio estetico del pubblico, relativizzando il valore oggettivo della singola opera d'arte per sottolineare invece l'importanza del gesto soggettivo dell'artista. I dadaisti accordavano grande importanza al ruolo dell'inconscio e del caso nella creazione artistica, come si può vedere in Trois stoppages étalon (1913-14, Museum of Modern Art, New York) di Duchamp; simili posizioni furono riprese dal successivo movimento surrealista. L'artista francese Jean Arp partì da combinazioni casuali per realizzare sculture a rilievo, in legno policromo; approdò infine a sculture biomorfiche a tutto tondo cui diede il nome di "concrezioni" (Concrezione umana, 1935; versione in pietra, 1949, Museum of Modern Art, New York). L'artista di origine tedesca Max Ernst, come Arp, si avvicinò prima al dadaismo e poi al surrealismo: a questa seconda fase appartiene l'Asparago lunare (1935, Museum of Modern Art, New York), opera in gesso dalle forme allungate che evocano il mondo organico. Lavori successivi si rifanno invece a temi primordiali e divinità arcaiche. Tra il 1928 e il 1935 entrò nel gruppo surrealista anche lo scultore svizzero Alberto Giacometti (anch'egli formatosi sull'arte arcaica e africana e vicino al cubismo), che realizzò opere come la costruzione Il Palazzo alle 4 del mattino (1932-33) e l'angosciante bronzo Donna con la gola tagliata (1932), entrambe al Museum of Modern Art di New York. In seguito, la sua ricerca si evolverà in direzione figurativa, sfociando nella creazione di quelle figure filiformi e sottili, tormentate e fisse come idoli, o di quei particolari anatomici avulsi e indipendenti dal corpo umano (Naso, Mano, Gamba) per cui è più noto.
Giacometti invitò a entrare nel gruppo surrealista una giovane artista svizzera, Meret Oppenheim, che si segnalò subito per la sua Colazione in pelliccia (1936, Museum of Modern Art, New York): una tazza, un cucchiaino e un piattino in pelo, presentati a una mostra collettiva parigina. Un altro componente della famiglia dada e surrealista, che collaborò spesso con Duchamp, fu l'americano Man Ray; tra le sue sculture più note spicca l'ironico Oggetto indistruttibile (1923, replicato in quaranta esemplari), un metronomo con un'asta oscillante su cui è montata la fotografia di un occhio. Sempre negli anni Trenta, lo statunitense Joseph Cornell si avvicinò alla corrente surrealista con le sue Vetrine, costituite da enigmatici assemblaggi di oggetti eterogenei. Vanno infine ricordate le opere del catalano Joan Miró, che a partire dagli anni Quaranta si dedicò alla ceramica, trasponendovi la vena surrealista e onirica caratteristica della sua pittura; nei decenni successivi creò sculture e decorazioni monumentali in materiali diversi.
Un discorso a parte merita l'originalissima opera di Henry Moore, che partecipa di molte tendenze contemporanee senza rientrare pienamente in alcun movimento. Nella sua prima produzione è evidente l'influsso della scultura arcaica, classica e precolombiana (Figura giacente, 1929, City Art Gallery, Leeds), oltre a quella rinascimentale e cubista. Ma, come ebbe a dire egli stesso, il maggior fascino sulla sua arte lo esercitò sempre la natura, e tutta la sua attività di scultore può dirsi una continua e personale ricerca sulla forma e l'intima armonia degli organismi naturali. A partire dagli anni Trenta, Moore iniziò a praticare nelle sculture “buchi” e aperture, istituendo un inedito rapporto di parità tra pieni e vuoti, che l'artista definì "liberatorio". Con il tempo le sue sculture assunsero dimensioni monumentali, e vennero spesso collocate in ambienti esterni.

Astrattismo
La tendenza all'arte astratta si affermò nel 1917 con la nascita del movimento neoplasticista, nel quale si riconobbe il gruppo di artisti e architetti raccolti attorno alla rivista olandese "De Stijl" (fondata da Theo Van Doesburg). Le opere neoplastiche erano caratterizzate da forme geometriche, colori puri disposti con molta attenzione agli equilibri cromatici, composizioni non figurative; obiettivo fondamentale del gruppo era coniugare scultura, pittura e architettura in strutture e oggetti artistici razionali, in grado di influire concretamente sulla qualità della vita. Fecero parte del movimento l'architetto Rietveld, il pittore Mondrian e lo scultore Vantongerloo. All'inizio degli anni Trenta queste ricerche confluirono nella poetica del gruppo Abstraction-Création, che prevedeva l'abbandono di ogni residuo intento di rappresentazione o rielaborazione del dato oggettivo a vantaggio della libera creazione di forme completamente astratte. Al movimento aderirono artisti molto diversi: Arp, Gabo, Prampolini e l'americano Calder. Alexander Calder è noto soprattutto per i suoi mobiles (fu Duchamp a coniare questo nome, con cui tali strutture divennero celebri), opere formate da sottili bilancieri in fil di ferro ed elementi sospesi, così leggere da muoversi per un semplice spostamento d'aria. Ai mobiles Calder fece seguire, negli anni Cinquanta, gli stabiles, costruzioni simili a grandi vele, monumentali e statiche.
Negli stessi anni, in Italia andava organizzandosi a Milano un piccolo gruppo di astrattisti, che gravitavano intorno alla galleria "Il Milione": li accomunava l'opposizione ai valori estetici del Novecento e, spesso, la sperimentazione di nuovi materiali, tra cui le materie plastiche e il cemento. Nel 1930 Lucio Fontana presentava, nella sua prima personale, opere a metà tra scultura e pittura: primi esempi di una ricerca che lo condurrà, due decenni più tardi, ai "tagli", tele con evidenti tagli e lacerazioni (che sottolineano l'importanza del gesto nella creazione artistica), e allo spazialismo. Negli stessi anni, lo scultore Fausto Melotti iniziava a creare rigorose sculture astratto-geometriche in metallo, come la Scultura N. 11 (1934), che in seguito si faranno sempre più eteree e lievi.


Scultura figurativa
Nonostante gli innovativi orientamenti stilistici delle avanguardie, molti scultori europei della prima metà del Novecento proseguirono la tradizione figurativa. Il francese Aristide Maillol evocò la serenità dei classici in numerosi bronzi femminili, ad esempio nel torso di donna intitolato Azione in catene (1906, Musée national d'art moderne, Parigi). Anche un altro francese, Gaston Lachaise (che poi emigrò in America), modellò soprattutto figure femminili, creando sculture ricche di grazia e sensualità dalle forme piene e possenti. Il pittore Henri Matisse si cimentò con la scultura in una serie di opere monumentali in bronzo, che esplorano l’espressività del corpo umano attraverso un uso sapiente della linea. In Germania, molti scultori guardarono alla tradizione gotica tedesca; Wilhelm Lehmbruck produsse figure lineari di giovani dall'aria timida e mesta, mentre la vena di Ernst Barlach fu piuttosto di matrice espressionista. I suoi soggetti, spesso umili, sono sempre animati da forti emozioni: gioia (Uomo che canta, 1928, collezione privata, Germania), oppure odio (Il vendicatore, 1914, Hirshhorn Museum). Nei primi decenni del secolo, in Gran Bretagna Jacob Epstein (artista statunitense trasferitosi a Londra) fece scandalo con i suoi lavori, ispirati agli sviluppi dell'arte contemporanea parigina e al vorticismo inglese.
In Italia, aderirono alla tradizione figurativa molti grandi scultori. Arturo Martini attuò una personale rilettura dell'opera di autori ottocenteschi, come Rodin, e contemporanei, come Matisse e Brancusi, adottando al contempo la semplificazione "primitivista" (ispirata ai modelli etruschi e romani) cara all'estetica del movimento novecentista italiano, fiorito negli anni Venti e Trenta. Un ininterrotto confronto con le radici arcaiche e popolaresche della propria cultura toscana ispirò invece il lavoro di Marino Marini, autore di opere di intensa vitalità come le Pomone o i celebri Cavalieri (dagli anni Trenta agli anni Sessanta). Più espressionistica fu l'esperienza degli scultori della scuola romana: Antonietta Raphaël, allieva di Epstein, mossa da intenti antiaccademici e antinovecentisti; e Leoncillo, autore di intense ceramiche colorate (Madre romana uccisa dai tedeschi, 1944), che dopo la guerra diventeranno astratte e informali. La figura di maggior spicco nel campo della scultura figurativa fu quella di Giacomo Manzù, che esordì in seno al gruppo milanese di Corrente (1938-1940), risentendo anche dell'influsso dell'arte primitiva (oggetto di un suo studio approfondito) e dell'opera di Medardo Rosso. In quegli anni iniziò la nota serie di bronzi dei Cardinali, seguita poi dai rilievi bronzei delle Crocifissioni, nei quali denunciava gli orrori della guerra. A partire dagli anni Cinquanta gli vennero commissionate varie opere pubbliche monumentali, tra cui la Porta della Morte della Basilica di San Pietro (1952-1964), considerata il suo capolavoro.


Gli anni cinquanta
Dopo il secondo conflitto mondiale, la scultura occidentale attraversò un periodo di rinnovamento, che coincise con l'affermarsi del movimento informale e con la diffusione di nuove tecniche: ad esempio, la saldatura e l'assemblaggio di "oggetti trovati", eredità delle sperimentazioni delle avanguardie degli inizi del secolo. Impressionato da alcune fotografie delle sculture saldate di Picasso e Julio González, lo statunitense David Smith iniziò a realizzare opere analoghe in metallo, come Hudson River Landscape (1951, Whitney Museum of American Art, New York). La successiva serie dei grandi Cubi, come Cubo I (1963, Detroit Institute of Arts), fu un ulteriore omaggio al cubismo, che gli diede modo tra l'altro di mettere a punto un originale metodo di decorazione delle superfici d'acciaio (corrose, patinate e coperte infine di enigmatiche iscrizioni calligrafiche). Louise Nevelson scelse invece di realizzare assemblaggi con materiali di recupero (generalmente pezzi lignei di scarto), inseriti in grandi "scatole" di legno e poi colorati: quasi idoli poveri e solenni dalle dimensioni monumentali. Negli stessi anni, Robert Rauschenberg, esponente prima del New Dada e poi della Pop Art negli anni Sessanta, iniziò i suoi rivoluzionari combine paintings, tele che incorporano vari oggetti trovati e materiali di scarto. Le versioni più tarde di queste opere hanno la tridimensionalità della scultura: ricordiamo Monogram (1955-1959, Moderna Museet, Stoccolma), costruzione che comprende un animale impagliato, una gomma d'automobile, una palla da tennis e delle porte di legno, montate su cardini, dipinte in stile espressionista astratto.
In Italia va citata l'opera di Ettore Colla, che nei suoi assemblaggi trasformava scarti e rottami di ferro arrugginito in inquietanti personaggi mitologici, come Pigmalione e Agreste (entrambi del 1955). In un clima animato da tensioni espressionistico-informali si collocano anche le opere di Nino Franchina, che nel 1950, al ritorno in patria dopo un lungo soggiorno a Parigi, iniziò a produrre tormentate sculture in metallo saldato.
Negli stessi anni si andavano affermando anche alcuni scultori italiani che miravano soprattutto a un intimo equilibrio tra forma astratta e natura dei materiali: ricordiamo Arnaldo e Gio Pomodoro, autore quest'ultimo di composizioni di forme compatte che rivelano al loro interno un pullulare di strutture organiche; Pietro Consagra, che lavorava in quel periodo ai suoi Colloqui frontali in legno e metallo; Pietro Cascella, scultore di opere in bronzo e in pietra, che con il tempo approderà a una dimensione più monumentale e legata ai grandi temi sociali (Monumento ai martiri di Auschwitz, 1967, realizzato in collaborazione con il fratello Andrea). Importante fu anche, nell'ambito della X Triennale milanese del 1954, la presentazione delle opere realizzate in occasione degli Incontri internazionali della ceramica di Albisola da vari artisti europei e italiani (tra cui Appel, Jorn, Baj e Fontana), caratterizzate dall'immediatezza e dalla drammatica intensità del "gesto" creatore impresso nell'argilla. Qualche anno prima Fontana aveva allestito in una mostra personale a Milano un Ambiente spaziale con forme spaziali a luce nera (1949), installazione illuminata da luce di Wood, che superava la tradizionale concezione della scultura presentando solo "forme, colore, suono attraverso gli spazi"; nel 1951, per lo scalone d'ingresso della IX Triennale, l'artista creò un gigantesco Arabesco fluorescente, composto da oltre 200 metri di tubi al neon intrecciati e appesi al soffitto. Il suo Manifesto del movimento spaziale per la televisione del 1952 prelude alle ricerche cui si dedicheranno alla fine degli anni Cinquanta artisti come Wolf Vostell e Nam June Paik, che giunsero a inserire l'apparecchio televisivo in grandi assemblaggi, sfruttando la dimensione scultoria dell'oggetto in sé e contemporaneamente l'intensa sollecitazione visiva di cui lo strumento, una volta acceso, è capace. Tali installazioni porteranno ai primi esempi di utilizzo del video come forma artistica, una strada poi percorsa negli anni Settanta da artisti come lo statunitense Bill Viola o l'italiano Fabrizio Plessi.


Dagli anni sessanta ai tempi recenti
Il passaggio alla seconda metà del secolo coincise con un punto decisivo di svolta nella storia della scultura, da molti artisti intesa ora come arte finalizzata a produrre strutture che interagiscano più decisamente con lo spazio "esterno", includendo frammenti di realtà o interessando direttamente l'ambiente circostante. Patrocinato dal critico Pierre Réstany, nacque il Nouveau Réalisme, movimento di origine francese che si manifestò con opere di tipo diverso, come le auto compresse (realizzate con una pressa da demolizione) di César, le accumulazioni di oggetti di Arman, gli impacchettamenti di Christo, le ironiche macchine-sculture dal moto irregolare e imprevedibile di Jean Tinguely e le composizioni cinetiche di Niki de Saint-Phalle. Agli aspetti neo-dada del gruppo francese si accostò anche l'italiano Piero Manzoni, anticipatore di tematiche concettuali e autore di opere dissacratorie come Consacrazione dell'arte dell'uovo sodo (1960) e le famose scatole numerate di Merda d'artista (1961).
L'altro grande movimento artistico di origine europea, ben presto tuttavia fatto proprio e monopolizzato dagli statunitensi, fu la Pop Art (termine coniato nel 1957 dall'inglese Hamilton), che utilizzava e poneva al centro della riflessione estetica oggetti quotidiani della civiltà dei consumi e prodotti della cultura di massa. Jasper Johns, un allievo di Duchamp, si fece conoscere con una fusione in bronzo di lattine di birra (Painted Bronze, 1960, collezione privata). Claes Oldenburg, dopo le prime grandi sculture in gesso dipinto che riproducevano elettrodomestici o cibi, si spinse ancora oltre nel mondo del "popular" con opere ironiche, come il gigantesco Dual Hamburger (1962, Museum of Modern Art, New York), monumento agli aspetti più triviali della società consumistica. Oldenburg passò quindi a realizzare copie delle sue vecchie sculture con materiali "molli" (come quelli vinilici), rompendo un altro tabù della scultura e aprendo il varco a nuove sperimentazioni. Oltre a Joe Tilson, a partire dalla fine degli anni Sessanta autore di "multipli" in cui sono ripresi soggetti mitologici, un altro importante artista pop è George Segal che, utilizzando calchi monocromi in gesso, rappresenta figure comuni impegnate in banali attività quotidiane: opere evocative come The Diner (1964-1966, Walker Art Center, Minneapolis) sono caratterizzate da una sorta di placido classicismo. In Italia, Mario Ceroli è famoso per le silhouettes in legno grezzo, raffiguranti grandi folle (come in Cina, 1966), oggetti e paesaggi; Gino Marotta "ricostruisce" la natura in plexiglas e plastica trasparente, giocando sul rapporto tra naturale e artificiale; e Lucio Del Pezzo assembla nelle sue Collezioni forme, volumi, cifre e simboli tratti dal vocabolario della pittura metafisica (manichini, birilli, sfere ecc.), inseriti in bacheche di legno o teche di plastica.
Negli anni Sessanta alcuni giovani scultori statunitensi, tra cui Donald Judd, Sol LeWitt e Carl Andre, iniziarono a produrre opere dalle forme estremamente semplificate e prive di decorazione, realizzate perlopiù attraverso la mera ripetizione seriale di moduli geometrici, collocati in perfetta simmetria o ad altezze diverse: loro intento era indurre lo spettatore a riflettere sulla natura dell'esperienza percettiva. Inoltre, l'utilizzo di materiali "neutri", l'abolizione del piedistallo e lo sviluppo orizzontale di molti di questi lavori erano scelte che rimandavano a un ulteriore ripensamento del ruolo della scultura. Judd creò prevalentemente opere solide e seriali, come in Senza titolo (1965, Musée National d’Art Moderne, Parigi), che raggiungono talora proporzioni monumentali; Andre abbandonò ogni verticalità e, definita la scultura come "luogo", realizzò pavimenti in lamiera su cui camminare; LeWitt, per sottolineare la maggiore importanza del processo creativo rispetto alla sua concretizzazione, propone vuoti spazi cubici, delimitati da sottili "contorni" in alluminio, come in Nine-Part Modular Cube (1977, Art Institute of Chicago); Robert Morris giunse nel 1967 fino al punto di proporre la totale abolizione di ogni forma, presentando un progetto di scultura in getti di vapore.
Nella seconda metà degli anni Sessanta molti artisti sentirono il bisogno di un ritorno agli elementi primari del linguaggio scultorio: si affermò una tendenza a impoverire i segni, spogliandoli di ogni caratteristica formale, utilizzando al contempo materiali "grezzi" come carbone, legno, stracci, rottami, terra, vetro e paglia. Si voleva così procedere all'esplorazione del rapporto tra materiale e immateriale, tra illusione prodotta dall'arte e realtà. In Europa i più significativi esponenti di questo movimento sono alcuni scultori italiani: Mario Merz, celebre per i suoi Igloo in terra, vetro e tubi fluorescenti; Gilberto Zorio, che ha realizzato opere in ghiaccio colorato chimicamente, o impresse sul cuoio; Jannis Kounellis (di origine greca, ma da anni residente in Italia), noto per le sue grandi sculture in ferro e carbone, o in piombo; Giuseppe Penone, che nei suoi tronchi sezionati e pazientemente lavorati voleva rendere evidente la struttura dei condotti linfatici; Pino Pascali, autore di opere come Il mare (1966) e Un metro cubo di terra (1967); Piero Gilardi, che riproduce la natura "al metro", con prati, fiori, frutti e sassi sintetici; Michelangelo Pistoletto, famoso per le sue spoglie tende di filo elettrico e lampadine e le Veneri degli stracci; e ancora Giovanni Anselmo, Luciano Fabro e Alighiero Boetti.
Operazioni artistiche strettamente legate alla natura dei materiali utilizzati furono anche gli splashings (cioè piccole colate di piombo fuso distribuite sul pavimento e lasciate solidificare) di Richard Serra, la cui scultura, concepita per ambienti chiusi, si svilupperà poi nella direzione della monumentalità. Analoghi presupposti "materici" sono alla base dell'opera di alcuni scultori statunitensi come Robert Morris, Michael Heizer e, in parte, Eliseo Mattiacci, autore di grandi installazioni realizzate con residui di fonderia, binari e assemblati. Dennis Oppenheim, Robert Smithson e l'inglese Richard Long vollero invece abbandonare lo spazio dello studio o della galleria d'arte, per operare interventi diretti sul paesaggio, sul terreno o sulla sua configurazione geologica (è la cosiddetta Land Art): l'artista riusciva così a superare i limiti imposti dal legame tra scultura e luogo di collocazione, o dalla forma stessa dell'opera, impadronendosi globalmente dello spazio, senza più operare distinzioni tra pieni e vuoti. Uno dei progetti più noti di questi anni è la Spiral Jetty di Smithson, una spirale composta da rocce, cristalli di sale, terra e alghe, che si stendeva per 457 m nel Grande Lago Salato dello Utah. Portata a termine nel 1970, quest'opera oggi non è più visibile, essendo stata sommersa dalle inondazioni naturali.
Una delle correnti più importanti degli ultimi trent'anni del Novecento è costituita dall'arte concettuale, della quale sono rintracciabili importanti precedenti nell'opera e negli scritti di Duchamp. Decisi a privilegiare il solo momento intellettuale e creativo dell'opera, i concettuali giunsero talora ad astenersi dalla produzione di opere "concrete" e a trasformare l'arte in puro linguaggio o messaggio, espresso in una performance o in un happening, eventi allestiti e "inscenati" dall'artista. Importante esponente dell'arte concettuale fu il tedesco Joseph Beuys. Sin a partire dai suoi assemblaggi degli anni Sessanta e dalle sculture realizzate con materiali organici (grasso, feltro, legno), la sua opera si caratterizza per la centralità della figura dell'artista, presentata in termini "mitologici": ogni segno, ogni traccia che egli lascia dietro di sé diventa arte (Beuys fu uno dei primi a documentare i propri interventi con fotografie e video). Sostenendo che "bisogna rendersi conto che il pensiero è una scultura, e che si crea una scultura veramente fantastica quando si parla", negli anni Beuys intraprese un'attività sempre più pubblica, tenendo animate conferenze in cui esponeva le proprie teorie antropologiche ed ecologiche, o allestendo performance con esponenti di altri campi artistici, come il compositore John Cage. Per l'Italia, va citato Giulio Paolini, che induce attraverso le sue opere a una rigorosa e ironica riflessione sul rapporto tra l'artista e il peso della grande tradizione del passato.
Estrema applicazione delle teorie dell'arte concettuale circa il superamento dei limiti della scultura e il riconoscimento di un ruolo fondamentale alla persona dell'artista fu la trasformazione del corpo stesso in strumento di espressione artistica (vedi Body Art). Gli interpreti più estremi di questa tendenza (con azioni drammatiche, talvolta violente fino al masochismo o tali da provocare l'intervento della forza pubblica) furono gli artisti della scuola di Vienna, tra cui Hermann Nitsch, con il suo primordiale Origen und Mystherien Theater, Rudolf Schwarzkögler (morto in seguito ad azioni autolesioniste) e Günther Brus. Altri artisti operarono in direzione diversa: Gina Pane elaborò operazioni più poetiche, come l'Azione sentimentale del 1974; Urs Lüthi ideò "travestimenti" con cui assumeva l'identità di vari personaggi; gli inglesi Gilbert & George si presentavano al pubblico come due "sculture viventi". Un episodio importante, anche se quasi conclusivo di quell'esperienza artistica, fu la Settimana della performance a Bologna, nel 1977.
Al di fuori dai temi e dai propositi concettuali, il corpo umano è elemento centrale anche nella corrente dell'iperrealismo. L'americana Duane Hanson creò un'intera galleria di "americani" in fibra di vetro e poliestere, dipinti e integrati con particolari posticci, a tal punto naturalistici da sembrare veri (i suoi ironici Turisti, ad esempio, si confondono perfettamente con i visitatori di un museo); la sua tecnica iperrealista assume un carattere sconvolgente e provocatorio in Abortion. Le opere di John De Andrea, realizzate anch'esse con uso di calchi, trattavano invece soggetti più convenzionali nella scultura, come il nudo, risultando tuttavia altrettanto stranianti per la loro estrema fisicità. A questi artisti si può accostare anche Edward Kienholz (già parte del gruppo Pop), autore di puntigliose ricostruzioni di interi ambienti, come in The State Hospital (1964, Moderna Museet).
Negli ultimi decenni del Novecento si è assistito anche al riemergere di tendenze espressionistiche, sia in Germania, con le sculture dei Neuen Wilden (Nuovi Selvaggi) Markus Lüpertz e Georg Baselitz (che alla tradizione dell'espressionismo tedesco dei primi del secolo si rifacevano anche per il trattamento della materia), sia in Italia, con le opere di artisti come Cucchi e Paladino, entrambi membri del gruppo della Transavanguardia.

Ciro Costagliola