| Viareggio
(LU) , Aprile 1912
NOTA CRITICA.
La pittura di Eugenio Pardini è un canto alla vita,
come hanno sottolineato molti degli studiosi che
si sono occupati della sua produzione, un'elegia
composta in settant'anni che ha avuto come strumento
dominante il panorama di Viareggio e della Versilia,
la sua vegetazione, gli abitanti e i loro mestieri.
Un argomento inesauribile cui hanno attinto durante
il secolo appena trascorso numerosi artisti, dando
origine ad una lunga serie di ricerche ed indagini
spesso differenti, tuttora oggetto di studi, che
però hanno in comune un analogo "sentimento del
paesaggio", cioè a dire la percezione di trovarsi
immersi in un luogo speciale, una sorta di oasi
inestinguibile di suggestioni e di metafore.
Una delle caratteristiche che sembrano dominare gli artisti di origine locale della generazione di Pardini è la volontà di percorrere una strada autonoma, indipendente - quando non ostile - agli studi accademici. L'unica radice e matrice che dichiarano di avere (da Lorenzo Viani a Mario Marcucci, da Renato Santini a Serafino Beconi) è quella che affonda nella pittura toscana del Trecento e Quattrocento. E tutti, o quasi, pur non negando la conoscenza e l'influenza di alcuni grandi protagonisti del XX secolo, si sono voluti mantenere al di fuori di qualunque apparentamento non solo ai movimenti di carattere nazionale, ma anche alieni dal formare una qualsiasi sorta di école versiliese. Le madri, il mare, i pescatori, le spiagge, sono stati per tutti loro i soggetti principali, ma le analogie si fermano qui. Lo stile di Pardini ha mantenuto pressoché costante nel tempo la cifra di uno spazio bidimensionale, dove il colore si fonde nella luce e, disinteressandosi alla fedeltà e al realismo, asseconda solo un dialogo interno dove ogni tinta dispiega tutti i suoi toni, fra accordi e contrasti ora dolci, ora aspri, ora puri e smaglianti, ora "Insporchi" e inusitati. In questa lunga vicenda di un'arte soggiogata dal colore spicca la decisione di dare al nero il dominio pressoché assoluto dell'affresco che orna la facciata del Palazzo Comunale. Quest'opera è un omaggio sentito e appassionato alla sua città natale, con la scelta del graffito ocra su fondo nero Pardini sembra voler conferire alla storia di Viareggio e ai suoi abitanti l'aura epica delle antiche mitologie giunte a noi con i vasi greci. In questa lunga striscia che narra le vicende della città dalle origini ad oggi, si alternano stili e linguaggi: plastiche volumetrie per le navi e per gli edifìci, primitivismo per i gesti degli uomini, e «le espressioni più libere e felici della sua coscienza» (come ebbe a scrivere Diego Valeri) per gli elementi floreali. Ma le parti più liriche sono quelle dedicate al paesaggio, legate ad un'idea - ormai spesso solo un ricordo - di una natura incontaminata e gentile appena aggredita dalle costruzioni. Il genius loci è la Darsena, con il suo formicolio di navigli e di abitanti.
La biografia di Pardini assomiglia a quella narrata nei quadri di Lorenzo Viani:
sua madre una vedova del mare e lui un ragazzino strappato all'incoscienza felice
dal lutto terribile. Ma il destino di Pardini ha poi ritessuto le sue trame riconducendolo
sulla via del suo talento. Silvio Micheli, che con lui condivise l'infanzia e
la giovinezza, racconta di un grande disegno fatto sulla strada dal giovanissimo
Eugenietto, in occasione di una Processione, che turbò e affascinò i viareggini
che riconobbero in quella sacra rappresentazione effìmera le loro vicende. Da
allora Pardini non ha mai cessato di rappresentarli, e quand'anche la sua attenzione
si è rivolta a soggetti mitologici, i suoi nuovi personaggi hanno trovato collocazione
nella stessa luce ed atmosfera delle donne di Darsena, quasi che ne fossero una
metamorfosi. La capacità di Pardini di sottolineare i tratti dominanti di un paesaggio
si è estesa anche ad altri luoghi. Chi ha conosciuto l'Andalusia non può che rimanere
sorpreso di fronte a quell'incisione dove un gigantesco girasole erompe e domina
il paesaggio, a come quell'immagine corrisponda all'anima di quei luoghi riarsi
e sassosi dove le città sbocciano improvvisamente dalla Sierra mentre il deserto
cede agli sterminati campi di girasoli. O per lo meno questa era l'Andalusia di
trenta anni fa. In un incontro di qualche anno fa, quando mi recai al suo studio
per una ricerca che stavo facendo sugli artisti toscani, Pardini fu tanto gentile
da volermi far omaggio di un suo piccolo quadro, mi offrì di scegliere fra alcune
sue cose, senza quasi esitare presi una tavoletta orizzontale con tre vele colorate.
Lui parve non condividere la scelta, insisteva perché prendessi un quadro con
una figura perché, come diceva lui, ha più valore... Ma io mi ero innamorata a
prima vista di quelle tre strane vele riflesse nell'acqua che sembravano navigare
a mezza strada fra il mare ed il cielo. Non l'ho mai incorniciato perché mi sembrava
di porre un limite innaturale a quel piccolo scorcio di infinito. Da allora se
ne sta appoggiato su uno scaffale della mia libreria, l'occhio ci passa quotidianamente,
fors'anche inconsapevolmente, non esito a definirlo una presenza gaia e rasserenante.
In questo mi sento di sottoscrivere quanto Evgenij Evtushenko gli scrisse a suo
tempo: «Tu quadro es membro de mia familia per sempre».
(Antonella Serafini)
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