Giuseppe Murri
 
   
   


Viareggio 1889 - 1943

NOTA CRITICA.

Per poter parlare di Giuseppe Murri (1889-1943) mi hanno consegnato - con altro materiale - uno spiegazzato giornalino che ha per titolo "Viareggio - Rivista della Versilia - Settimanale illustrato" che porta la data "Domenica 1° Ottobre 1922". II giornale costava "Lire una" e in copertina fa bella mostra di sé, con tanto di scritta il "Select Palace Hotel", in passeggiata, con la foto della "terrazza" dove - vi si dice -"trovano posto mille coppie danzanti: telefono 107".
Ci colpisce la data 1° ottobre 1922. Mancano 27 giorni alla "Marcia su Roma" e su questo foglio Aristide Campanile e Lorenzo Viani, con altri, seguitano tranquillamente a scrivere su D'Annunzio, su Shelley e anche sulla mostra che in quei giorni lo scultore Giulio Francesconi e il pittore Giuseppe Murri tenevano a "Palazzo Paolina". Nel breve articolo Lorenzo Viani se la prende polemicamente col «delirio della esibizione»che crea in tutti il «furore della fretta» (quasi incolpando i due artisti di una loro prematura esibizione in pubblico!), ma poi dice che nel «cervellaccio del Francesconi vi è del buono» e che lo dimostrerà presto alle «canaglie fannullone svertebrate murate sulle cantonate come lenoni» (in polemica con la borghesia disattenta di quel tempo) e che le opere del Murri, "piene di diligente amore", rivelano un «senso di timore casto di fronte alla natura». Ecco, partiamo da questo perentorio invito del grande Maestro, allora non ancora famosissimo (Viani aveva allora trentanove anni e il Murri sette di meno, cioè trentadue) il Maestro lo invita a "uscire dal guscio delle sue paure" perché (e cita il Giusti) l'arte abborre i timidi, ama i violenti… gli stupratori!. E predice che solo se il Murri «"troverà questa forza o questa follia potrà salvarsi». Oggi possiamo scrivere con certezza che il Murri non troverà mai quella follia espressionistica che fu tipica del genio Viani e che l'invito rivolto al Murri di «violentare» la natura era un invito che doveva cadere nel vuoto, anche se esso conteneva un'intuizione vera e un incoraggiamento sincero a scoprire quelle trasgressioni linguistiche che in quegli anni giungevano come eco delle prime Avanguardie Storiche e che il Viani aveva anche scoperto dieci anni prima a Parigi.
II Murri aveva un retroterra umano e artistico diversissimo da quello di Viani: era un pittore che non aveva frequentato scuole e che le necessità della vita avevano costretto a farsi imbianchino e decoratore.
Artista spontaneo e buono era innamorato della sua Viareggio e già diciottenne (nel 1907) il Battelli ne decantava una «particolare disposizione alla pittura» e il Felice Del Beccaro nel 1922 lo inseriva di diritto nella «scuola toscana»" esaltandone la «tenuità del colore» e la sua trasparente vicinanza alla pittura del Fattori e dei Gioli.[...]
Bene ha fatto la città di Viareggio a ricordare questo suo figlio troppo a lungo dimenticato.
La cultura di un territorio non è fatta solo dai grandi nomi ma anche dalla tela sotterranea dei suoi rapporti civili e interpersonali e da quel tessuto segreto che contribuisce a dare spessore a quel fervore intellettuale comune che è anch'esso parte della civiltà di una terra.
Quel filo che lega il Murri a Santini e che si arricchisce al massimo grado nel successivo rapporto Santini-Viani, deve indurci a guardare con interesse e simpatia a questo pittore casalingo, operaio e artista, autodidatta autentico, che è vissuto in uno dei momenti più esaltanti ma anche più critici della nostra Storia - non solo politica - e che rispose alla retorica della falsa grandezza di quegli anni con la protesta silenziosa e pacata di una pittura che non esaltava i tamburi e le parate ma solo il mare, le colline e la gente viareggina. Era il suo modo di essere "libero".
E proprio qui ci viene il dubbio che l'invito perentorio di Viani ad «uscire dal guscio della paura» e a «destarsi» perché «l'arte era espressione esasperante della vita» (così scriveva su Murri) fosse anche un invito ad «impegnarsi» nella vita storica di quel tempo, proprio quella che il Murri desiderava evitare e non esaltare per ritrovare se stesso solo nell'incanto sereno del suo mondo. Se l'invito di Viani era, invece - come siamo indotti a credere - un invito ad andare oltre il linguaggio post-macchiaiolo imperante in quegli anni e ad andare oltre l'oggettivismo di una visione per lui troppo legata al "vero" di un naturalismo di maniera, allora siamo perfettamente d'accordo col giudizio del grande Lorenzo.
Ma Viani era uomo impetuoso e dai giudizi radicali. Il suo modo assai brusco di spronare il Murri a farsi «stupratore» della natura nascondeva certamente l'invito ad uscire dagli schemi della pittura "facile" per pervenire ad analisi artisticamente e psicologicamente più complesse ed esistenzialmente più accorate, ma oggi si può dire che il Viani pretendeva - per una sua carenza pedagogico-didattica perdonabile ad un Maestro come lui - una scelta che per il Murri era impossibile: il rapporto del Murri con la realtà era contemplativo e non problematico, per cui al Murri sembrava già sufficiente - per lui, autodidatta, senza esperienze internazionali e, per di più, amante del "vero" come oggetto di emozione visiva - riprodurre la visione con dignitoso rispetto dei colori naturali e delle prospettive tradizionali. La "deformazione" espressionistica - cara al Viani - era fuori da qualsiasi sua ipotesi esecutiva e da qualsiasi sua progettazione mentale. La sua "poesia" pittorica nasceva da un atteggiamento contemplativo assai ingenuo nei confronti del reale, senza tuttavia mai cadere nella poetica infantile dei naifs, anche perché tra pittore e natura si creava, in questo caso, un rapporto tra due vere innocenze, tra due equilibrati candori. La "violenza', sia pure intesa come semplice reazione formale, non faceva parte del bagaglio spirituale del Murri, il quale dipingeva la sua protesta morale e ideologica con una sana insistenza sui motivi più congeniali al suo temperamento, senza alcun riferimento alla Storia, al quotidiano e alle bizzarrie della moda. E dipingeva con una perizia e una sensibilità che quasi ci pare impossibile non siano state fino ad oggi rivalutate pubblicamente: la sua "semplicità" nascondeva un vero tremore per i paesaggi e per le marine guardate con filiale attenzione, e ciò lo si nota nelle scelte cromatiche e soprattutto nel taglio e nell'impianto delle composizioni. Già i primi pastelli e disegni eseguiti prima dei vent'anni testimoniano di una sua naturale attitudine alla trascrizione grafica: nel "Vecchio mercato" (1906) e nel disegno "I buoi" (1908) si notano chiaramente i riferimenti fattoriani e anche la puntuale e toscana analisi dei particolari colti sapientemente dalla sua matita. Un dipinto di pregevole fattura è "Dune sul mare" (1919): ormai il Murri aveva trentanni e manifestava una maturazione quasi completa. Il cielo e le montagne in lontananza rientravano già nel quadro della migliore pittura post-macchiaiola, con chiari riferimenti agli effetti atmosferici di Luigi Gioli che lavorava nella vicina Pisa (il fratello Francesco moriva a Firenze proprio nel 1992). Di quegli anni ricordiamo una tela "Riflessi sul fosso Farabola", cupa e inquieta come un paesaggio vittoriniano (il Vittorini di Barga) e un'incantevole "Marina al tramonto" (1922) molto libera e mossa nel primo piano freschissimo. Alcune tele più descrittive del '25 e '26 ("La Farabola' e "Meriggio grigio") e una meravigliosa "Marina con bagnanti" (1927), un'opera tipicamente macchiaiola col gioco interessante delle orme in primo piano, ci indicano le grandi possibilità creative del Murri. Ricordo, compatta e solidissima, la tela dal titolo "Pineta al tramonto" (1932) dove il cielo inquietante s intona perfettamente al verde cupo delle piante.
Questo decennio 1930-40 fu il più tormentato per il Murri, anche per la sua appartata ritrosia a tentare tematiche che non rispondessero ad una sua precisa scelta di campo, anche ideologica, e l' "Autoritratto" del 1940 esprime proprio una sua sana e modesta fierezza di uomo libero e austero che sembra perfino contrastare con la diversa delicatezza delle opere "Luna d autunno" (1941) e "Alberi serali" (1940). Ormai l'avventura terrena di Giuseppe Murri sta volgendo al termine: la morte sopraggiungerà in piena guerra (agosto 1943) e il baratro storico finale che sopraggiungerà tenterà di cancellare ogni esperienza e valore - negativi e positivi - di quell'infausto ventennio, e la conseguente disfatta porterà a quel silenzio in cui si annullerà quasi tutto e anche la nobile fatica di un artista che aveva semplicemente abbinato al tenore di una vita sobria e limpida i guizzi di una fantasia che rappresentò senz'altro per lui il più grande conforto esistenziale e la più esaltante gratificazione umana.
Il silenzio dei successori è stato troppo lungo e troppo ingiusto: ricordiamolo ai viareggini, come va ricordato il merito dei figli che hanno conservato nel tempo questo nutrito numero di opere. Anche il Murri è parte di quella storia autentica e civilmente nobile che arricchisce ancora oggi questa città.

(Dino Carlesi)


«Per il pittore Murri, mi sale alla gola e vorrei gridarglielo forte come lo schianto di una saetta un verso del Giusti: "Esci dal guscio delle tue paure. Destati pure!". Di fronte a tutte le sue opere, piene di diligente amore, vi è questo senso di timore casto di fronte alla natura. La vita, e I'arte che ne è I espressione esasperata, abborre i timidi. Essa ama i violenti e, permettetemi la parola, gli strupratori! Se il Murri troverà questa forza o questa follia potrà salvarsi. Amen».
Così scriveva Lorenzo Viani a proposito della mostra Murri-Francesconi nel 1922. E da questo giudizio ci piace muovere per una più giusta ed esatta "memoria" di Giuseppe Murri, a 50 anni dalla sua morte ed in occasione della mostra retrospettiva a lui dedicata nelle sale di Palazzo Paolina.
Murri, come dimostrano le molte testimonianze del suo tempo, non fu un timido. La vita lo segnò profondamente costringendolo spesso a rinunciare all'arte per adattarsi a fare l'imbianchino ed il decoratore: c'erano una famiglia da mantenere ed il rammarico di non aver potuto completare gli studi. Ma c'era anche l'orgoglio di aver acquistato, da autodidatta, un più che rispettabile grado di cultura. Scrisse su giornali e partecipò alla vita pubblica della sua Viareggio. Nel sostenere le sue tesi fu eloquente e deciso e c'è chi lo ricorda in piedi su un tavolo a perorare e discutere. E le sue idee in netto contrasto con quelle del regime fascista non gli facilitarono certamente la carriera, soprattutto negli anni '30- '40.
Questo farebbe pensare ad un temperamento combattivo e per niente alle "paure" di cui fa cenno Viani. In effetti non di paura si trattava, bensì di un modo del tutto personale di concepire protesta e opposizione.
Murri fu uomo profondamente buono, convinto "nemico" di ogni forma di violenza. Amò la libertà e ne cercò tutta l'ebbrezza nella rappresentazione della bellissima e allora incontaminata natura viareggina, dalla quale riceveva sensazioni irripetibili, che traduceva in immagini. Come profanare quella acerba castità? Un simile fascino Murri non poteva «stuprarlo», non poteva ne voleva violentare se stesso proiettandosi mendacemente al di là di quello che sinceramente sentiva.
Per questo le sue campagne, le marine, le darsene si ammantarono di dolcezza e si riscaldarono con i colori di assorti tramonti, in cui con mano maestra trasfuse anche i tratti di una psicologia meditata e suadente, celati per pudore d'artista sotto una costante semplicità.
Ma questo fu pregio e non difetto. Vogliamo dire cioè che la pittura di Murri, che è anche una pagina preziosa della storia di una Viareggio ormai lontanissima nel tempo e praticamente scomparsa, va considerata e accolta così come è, come si conviene quando si ha a che fare con un artista vero. C'è in questi quadri una pensosa dolcezza e, a questo proposito, sarebbe un delitto dimenticare i suoi ritratti, ulteriore pregnante testimonianza di perizia tecnica e di inesauribile umanità. Con il Murri paesaggista, cantore della "morbida" Versilia, ricordiamo dunque che convisse il Murri ritrattista, all'insegna della più nobile tradizione postmacchiaiolesca. Se ne andò troppo presto questo appassionato amante di Viareggio. Peccato, avrebbe ancora potuto dire molto, anche se è molto quello che disse con le sue immagini affascinanti e commosse.

(Franz Arrighini)


CENNI BIOGRAFICI.

Giuseppe Murri nasce a Viareggio nel 1889. Porta a termine le scuole elementari, ma le condizioni della famiglia non gli permettono di proseguire gli studi, che continua però di sua iniziativa con letture che gli consentono di acquisire un notevole spessore culturale e di partecipare attivamente alla vita pubblica viareggina. Manifesta inoltre, ancora giovanissimo, una straordinaria propensione per il disegno e la pittura e ad essi si dedica come autodidatta, raggiungendo una stupefacente perizia ed una grande raffinatezza sia nel segno che nel colore.
Sposa Andreina Galli, dalla quale avrà tre figli: Rolando, Giovanni e Mila. Espone per la prima volta nel 1918 nelle sale del Regio Casinò e, sempre nel '18, partecipa alla terza mostra d'arte moderna di Forte dei Marmi.
Nel 1921 è a Brescia tra gli espositori de "Gli Amatori dell'Arte". L'anno dopo, a Palazzo Paolina in Viareggio, allestisce una mostra congiunta con lo scultore Giulio Francesconi. In questa occasione Murri espone 37 opere di ambienti viareggini, che vengono sottolineate da lusinghieri giudizi della critica dell'epoca. È del 1922 anche la sua partecipazione alla Mostra Regionale d'Arte di Lucca, mentre nel '23 la sua pittura è ampiamente elogiata a Firenze, alla Mostra Regionale d'Arte Moderna.
Ulteriori riconoscimenti l'artista ottiene poi nel maggio 1927, quando partecipa come invitato alla 23° Esposizione biennale nazionale dell'arte del paesaggio di Bologna.
Nel 1932 Murri torna ad esporre a Viareggio, con una personale allestita nella sala Marconi per il periodo agosto-settembre.
Nel 1934 è tra i partecipanti alla Mostra Collettiva Marinara (giugno-agosto) nelle sale della Lega Navale di Viareggio. Il successo dei suoi dipinti induce la stessa Lega Navale a dedicargli un salone fino a tutto settembre. Nel Maggio del '42 è tra gli espositori della collettiva "Bottega dei Vageri" di Viareggio. Ed è del mese successivo una sua mostra personale all'Hotel Universo di Lucca.
Nel frattempo è definitivamente uscito dall'ambito territoriale versiliese partecipando con successo ai premi "Cremona" (Cremona, 1940), "Bergamo" (Bergamo, 1941) e "Gariboldi" (Viareggio, 1942). Sempre nel '42 è invitato alla XII Mostra Interprovinciale d'Arte di Palazzo Strozzi a Firenze.
Intanto le sue condizioni di salute decadono purtroppo rapidamente e Giuseppe Murri muore immaturamente a Viareggio, il 19 agosto 1943. Dopo la morte viene praticamente dimenticato. Alcune sue opere vengono nuovamente esposte in occasione della Mostra dei pittori viareggini degli anni '40, allestita nel maggio 1971 all' "Artemare", in via dei Pescatori.Ritratto eseguito da Renato Santini
Nel cinquantenario della morte del pittore viene allestita, nelle sale di palazzo Paolina col patrocinio del Comune di Viareggio, una mostra antologica con 80 opere esposte, che ha destato l'interesse di tanti visitatori fra i quali è da sottolineare l'illustre presenza dei pittori viareggini Beppe Domenici, Eugenio Pardini e Renato Santini.
Due paesaggi di Murri sono esposti, nel Novembre del 1999, alla mostra collettiva di artisti viareggini "La memoria colorata", ospitata nel salone della Croce Verde di Viareggio, e patrocinata dal Comune di Viareggio, mentre un dipinto del pittore ("Pineta di Ponente" del 1918) ha contribuito ad illustrare la nascita, la storia e le immagini delle pinete versiliesi, alla collettiva "artisti del 900", promossa nel maggio-giugno 2001 dalla "Associazione Culturale Versilia Unita" nelle sale del Villino Boilleau a Viareggio.

(Giovanni Murri)