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Catania
1907 - Casoli 1972
CENNI BIOGRAFICI.
| 1907 |
Nasce
in Provincia di Catania.
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| 1925 |
Si
iscrive all'Accademia delle Belle Arti di Roma.
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| 1932 |
Ottiene una borsa di studio dalla
Scuola Regia dell'Arte della Medaglia a Roma.
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| 1934 |
Frequenta l'ambiente artistico
di Parigi, Monaco e Zurigo.
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| 1937 |
Stabilisce lo studio a Firenze.
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| 1940 |
Si trasferisce a New York, in
Greenwich Village, dove conosce Pollock, Dekooning, Kline,
Archipenko, Edgar Varese, Dylan Thomas. Nel frattempo scoppia
la guerra, si isola nello studio, non si inserisce in nessun
gruppo. Esegue ritratti in scultura, terracotte e disegni.
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| 1946 |
Riceve dalla "Metropolitan Opera"
di New York la commissione di fare la statua commemorativa
della grande ballerina argentinita. Parte per l'Italia con
la prima nave disponibile dopo la guerra. Riprende contatto
con i vecchi amici di Roma: Tot, Guttuso, Capogrossi, Tamburi,
Flaiano. A Firenze cerca il suo vecchio fonditore per fare
i bronzi per New York. Torna in America liberato dall'angoscia
della guerra; inizia un periodo di grande attività artistica,
partecipa a mostre collettive e personali. Crea il primo vero
Caffè all'italiana, il Caffè Reggio, seguito dai due famosi
"Peacock" - ritrovi d'artisti, musicisti, attori, giornalisti,
da Toscanini a Mitropolis, da Anna Magnani a Marlon Brando.
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| 1948 |
Sposa l'attrice-cantante Grace
Albert (Grayce Bradt). Diventa cittadino americano.
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| 1950 |
Si reca di nuovo a Firenze per
realizare un altro bronzo per la "Metropolitan Opera". Scopre
il paesino di Casoli sulle Alpi Apuane, sopra Camaiore.Torna
a lavorare a New York. Sogna di Casoli. Ritorna in Italia
e compra una casa a Casoli. Divide la vita tra New York e
la Versilia facendo i suoi bronzi a Pietrasanta. Fa una grande
mostra alla Galleria Schettini a New York che poi Schettini
porta alla sua galleria in Via Brera a Milano. Il suo trasferimento
definitivo in Italia viene determinato quando il Conte Ottolenghi
gli chiede di eseguire una serie di grandi graffiti a muro
nella sua villa ad Acqui Terme. Segue un "murale" per il Credito
Svizzero a Berna e una serie di graffiti e lavori in ferro
battuto in ville e chiese della Versilia.
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| 1962 |
Rimanendo fondamentalmente scultore
disegna dipinge e inizia una sua espressione personale con
i "collages" e "Sassi Inutili" in pelle.
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| 1972 |
Sta progettando una serie di grandi
sculture quando muore d'improvviso nella sua villa a Casoli.
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NOTA
CRITICA.
È sempre un conforto per un critico poter collocare l'artista di
cui si occupa nell'ambito di una cerchia di altri artisti della
stessa epoca e tendenza. Ma non è questo il caso di chi si accinge
a scrivere su Rosario Murabito. Gli studiosi di una generazione
futura troveranno forse più facile capire quale relazione esista
tra la sua opera e quella dei suoi contemporanei: Fazzini, Burri,
Colla, Marini. Oggi siamo troppo vicini al periodo in cui questi
artisti hanno raggiunto la piena maturità per poter cogliere i sottili
legami determinati probabilmente dalla loro stessa eredità culturale.
Per evitare analogie superficiali siamo costretti a considerare
ciascuno come un fenomeno singolo e isolato. E questo è vero per
Murabito più che per qualsiasi altro scultore degli anni Cinquanta
e Sessanta. Fu il caso a sradicarlo da quello che doveva essere
il suo contesto ideale: mentre si trovava per studio negli Stati
Uniti fu dichiarata la guerra. Murabito si trovò così all'improvviso
esiliato in un paese che, per carattere e aspirazioni, gli era ancora
del tutto estraneo. Allo stesso tempo venne ad essere completamente
tagliato fuori dal grande fermento che in Italia avrebbe dato origine
alle più straordinarie manifestazioni di rinascita nazionale e culturale
del nostro secolo. Quando molti anni più tardi, nel 1954, tornò
in Italia pronto a dare il meglio di sé, scelse spontaneamente l'isolamento.
Non si è mai saputo il motivo di questa decisione, forse Murabito
riteneva che aderire in quel periodo ad uno dei movimenti o contromovimenti
del mondo dell'arte l'avrebbe soltanto condotto su una strada diversa,
oppure sentiva che ormai gli erano rimasti pochi anni da vivere.
Basterà sapere che nella remota solitudine della sua casa sulle
Alpi Apuane, sopra Camaiore, produsse una notevole serie di sculture,
dipinti, collage e opere in ceramica che recano l'impronta di un
talento spiccatamente personale.
Nei suoi lavori Murabito esalta al massimo la potenzialità espressiva
di ogni forma, ogni linea, ogni tema. La maturità è il denominatore
comune di tutte le sue opere. Il principio nascosto che consente
all'artista di raggiungere i suoi obiettivi è la scrupolosa manipolazione
dei materiali; la ricchezza e la straordinaria varietà degli effetti
ottenuti hanno origine dal fluido passaggio di energia da una forma
all'altra.
È anche per questa sua capacità di fissare le forme e gli eventi
nel loro attimo di maggiore intensità che Murabito si distingue
dagli artisti del suo tempo. La nostra epoca è dedita al culto del
giovane, dell'indeterminato, dell'effimero. Studiando l'arte greca
abbiamo imparato ad amare le sue forme più antiche e a disprezzare
invece l'età ellenistica. Ci sentiamo più attratti dal primo Medioevo
che dalla fase culminante del Gotico e niente ci entusiasma più
della scoperta di una civiltà cosiddetta primitiva. Allo stesso
tempo preferiamo un tipo di arte che riesca a esprimere il problematico
e l'insoluto. Consideriamo sacro l'elemento sperimentale e spesso
preferiamo lo schizzo all'immagine rifinita. Siamo più pronti a
capire la mortificazione che l'eccitazione di una gioia irrazionale.
I cavalieri di Marini che negano la raison dètre dei monumenti
equestri ci parlano più direttamente dei cavalli di Murabito pregni
in ogni loro fibra di una sensazione di orgogliosa vitalità.
Per una curiosa svolta avvenuta nella civiltà del XX secolo abbiamo
cominciato a sospettare della felicità. Ma se vogliamo accostarci
con la giusta disposizione d'animo all'opera di Murabito dobbiamo
prima scrollarci di dosso il nostro abituale pessimismo.
Se il movimento nelle sculture di Murabito è sempre volto verso
una specifica ben definita direzione, la vitalità che emana da esse
si irradia in tutti i sensi. Nessuna parte delle figure create da
Murabito è mai passiva o puramente decorativa, mai nel modellarle
l'artista si è lasciato prendere la mano dal virtuosismo. La forza
imbrigliata nelle figure di persone come di animali non è mai fine
a se stessa, ma concorre alla realizzazione di un preciso intento.
Questa armonia formale e fisica volta al conseguimento di un azione
specifica e pregna di significato dona ai gruppi erotici di Murabito
un'innocenza spontanea e una completezza di espressione ormai rara
ai tempi d'oggi. Nelle sculture di animali l'interazione tra contenuto
e contenitore è enfatizzata nelle articolazioni da una serie di
segni grafici. Costellazioni di cerchi e di linee disposte a raggiera
ricordano i segni rituali che spesso ricorrono sugli strumenti divinatori
degli etruschi.
Murabito si è imposto solo di recente all'attenzione del pubblico
e della critica; su di lui hanno scritto studiosi illustri quali
Franco Russoli, Giuseppe Marchiori e Mario de Micheli. Ma per capire
a fondo la sua opera sarebbe necessario un sapiente e obiettivo
confronto tra bibliografia, saggi critici e un catalogo cronologico
molto preciso e dettagliato. Senza questo supporto è estremamente
difficile spiegare i mutamenti stilistici e tematici come pure altri
disorientanti fenomeni. All'improvviso le sculture si differenziano
in maniera netta dai grandi ambiziosi disegni degli anni Cinquanta
e Sessanta; mentre infatti esse riflettono l'esuberanza che nasce
dal pieno possesso di tutta la forza che la vita può elargire, i
disegni, anche se in uno stile assai simile, affrontano temi come
il terrore, la morte, la castrazione, il tradimento, la rivalità.
Lo sconcertante stato d'animo che li pervade, in così netto contrasto
con lo spontaneo ottimismo delle sculture, può essere rivelatore
di un crescente bisogno dell'artista di passare ad una nuova fase.
Fino a che ulteriori studi sull'opera di Murabito non suggeriranno
nuove chiavi interpretative è forse lecito cogliere in questi disegni
l'intima rivelazione di momenti di profonda angoscia.
I collage in cuoio iniziati nel 1962, si rivelarono per Murabito
non solo il mezzo di espressione artistica più personalizzato ma
anche un perfetto antidoto contro l'ansia da cui era tormentato
in quel periodo. Il completo superamento della paura e del terrore
è testimoniato dalla serie di disegni del 1972 ("Taccuino
della Febbre") in cui Murabito affronta ancora lo stesso
mondo terrificante, ma questa volta con la poesia dell'Ariosto e
con grottesche invenzioni di caustico umorismo.
I collage in cuoio colpiscono innanzitutto per la novità del materiale
con cui sono stati realizzati. Novità non in quanto questa sia la
prima volta che il cuoio viene adoperato, ma in quanto mai prima
d'ora esso è stato impiegato con tanta maestria e mai ha assunto
un ruolo così determinante in un opera d'arte. Da un punto di vista
tecnico lo si potrebbe considerare già di per sé un opera d'arte,
tanto è il lavoro artigianale richiesto per la sua realizzazione
e colorazione. Nei testi antichi viene spesso fatto riferimento
all'importanza che le pelli di animali assumevano nei riti sacrificali
dei Greci. Giasone andò in cerca del "vello d'oro", a Didone l'oracolo
disse che i confini della sua città sarebbero stati segnati dalla
pelle di un bue. Del resto la mitologia greca aveva lasciato una
profonda impronta in Murabito durante gli anni giovanili trascorsi
in Sicilia e richiami mitologici sono presenti in numerose sue opere.
Se nuova è stata la scelta del cuoio, altrettanto nuovo è il modo
in cui esso viene abilmente forgiato dall'artista. Murabito era
infatti essenzialmente uno scultore, sebbene usasse anche la pittura
e il disegno dando origine a possibili conflitti fra così diversi
mezzi d'espressione. Nel cuoio egli ha trovato un materiale solido
compatto che non solo si presta facilmente ad essere scolpito, ma
ha la robustezza, l'opacità e la struttura tipiche delle superfici
adatte alla scultura. Tutto questo è vero soprattutto per i primissimi
collage; in essi le modulazioni a sbalzo nel cuoio derivano chiaramente
da uno degli elementi fondamentali dei bronzi di Murabito, la superficie
che dà espressione a energie in fermento all'interno della massa
della scultura. Questi collage a sbalzo possono essere considerati
l'opposto dei "Concetti Spaziali" di Lucio Fontana, in cui
l'artista fora e squarcia la superficie con un azione che ha origine
all'esterno dell'opera. Murabito invece estrae e fa affiorare nel
nostro spazio forze che sente nascoste dietro la superficie. Entrambi
gli artisti sono accomunati da un interesse verso la misteriosa
dinamica che gravita al di là della tela e forse anche dal bisogno
di riconciliare pittura e scultura, il materiale con lo spirituale,
in maniera chiara e imprescindibile.
Il passaggio ad una tecnica espressiva bidimensionale pittorica
e grafica può essere stato determinato in Murabito dal suo crescente
interesse verso il mondo non fisico. La prorompente vitalità delle
sue sculture di animali dei primi disegni e delle litografie può
aver lasciato spazio a uno strano presentimento della propria morte
e alla scoperta di nuove dimensioni che forse potevano essere espresse
solo dalla luce e da forme dei contorni indefiniti. Negli ultimi
collage monumentali ricompare la figura umana ma con un nuovo silenzioso
impatto. Liriche forme dalle linee morbide si innalzano solenni
davanti a noi in una vasta gamma di caldi colori di terra. La loro
grandezza e il ritorno alla simbologia animale richiamano l'imperiosa
vitalità dei primi bronzi. Adesso però le figure sembrano ombre,
fantasmi che esprimono la pace che nasce quando il destino raggiunge
il suo ultimo obiettivo. Esse appartengono al lontano vivido mondo
fatto di suggestioni e forme indefinite, un regno inaccessibile
cosi ben espresso da Murabito nella sua "Città Sacra II".
L'eccitazione i contrasti e i conflitti sono stati adesso placati,
ricordi commoventi si affollano intorno a noi inducendoci alla quiete,
alla contemplazione. Anche la disputa fra scultura e pittura è stata
appianata. Se queste ultime opere siano da considerarsi sculture
o pitture non conta più. Ciò che e qui importante è il riferimento
ben preciso alla mortalità; mortalità che però non è più minaccia
di estinzione bensì auspicata fusione con la scura terra che genera
nutre e reclama la vita. Murabito torna al suo mito primario, all'irresistibile
poesia della Sicilia, sua terra d' origine: Persefone che in eterno
rifugge e cerca il caldo abbraccio dell'oscurità.
(Professor Fred Licht, Curatore della "Peggy Guggenheim Collection"
di Venezia)
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