Giuseppe Lippi
 
   
   
 

Viareggio

CENNI BIOGRAFICI.

Giuseppe Lippi nasce, vive e ha il proprio studio in Viareggio. Ha frequentato la Facoltà di Architettura. Inizia dal 1975 la sua attività artistica con una sensibilità sempre vicina anche agli eventi poetici nazionali. Ha al suo attivo mostre organizzate in diverse città italiane dove ha presentato e presenta tuttora, una rassegna di opere dove prosegue la sua ricerca nell’ambito dell’astrazione, in particolare delle infinite possibili variazioni del nero. Gli ultimi suoi lavori sono prove di collages e contaminazioni materiche, talvolta realizzate sulle trasparenze dell’involucro della tela anche con forme ottenute con pagine di giornale accartocciate, strappate, “ferite”.

NOTA CRITICA

Le prime lentamente ad allungarsi erano le ombre dei pagliai. Il profilo dei pioppi sul sentiero; e la punta del Prana riflessa lì, sull’acqua della gora. Poi d’autunno di colpo la sera precipitava. Anche i bimbi più piccoli erano obbligati a smettere di giocare. Perché non c’era più luce. E dagli usci dei poderi le madri spazientite cominciavano a chiamarli. Quelli che come me più s’attardavano, erano poi costretti ad avventurarsi da soli nel buio già fitto. Da solo, trafelato dovevo traversarli, i cento metri fra una casa e l’altra. Quando la mano del Mago Nero già faceva sparire ogni cosa. Anche i monti, anche le vigne e l’argine con il fico in lontananza... E la luna non veniva a ridarci almeno una parvenza delle forme trafugate.
Invece un nonno bonario m’accoglieva ansimante alla fine di ogni corsa:
“Quante volte te Io devo ripetere?!.., il Mago Nero non ci ruba niente. Il Mago Nero è buono come la Madre notte. Adagio assieme spogliano le cose del loro vestito a colori e le mettono a riposarsi perché domattina si sveglino ancor più luminose.Tu non devi aver paura: là fuori, dormono nel buio le stesse cose che vedresti a mezzogiorno”. Certamente, il suo sorriso mi rassicurava. Ma allo stesso tempo nessuno mi garantiva che non avessero ragione proprio loro: le madri che ci intimavano di rincasare prima che Mago Nero calasse con la sua mano immensa per portarsi ogni sera via tutto.
Questa la mia prima, infantile, remota esperienza del “nero”, come di un luogo o di uno stato in cui ci si immerge in qualcosa per noi ancora ignoto. E assieme drammatico e dolce. Con che intensità mi torna ora nitidissima in mente. Mentre con il pittore Lippi sto montando in sequenza il percorso di queste sue opere più recenti per la presente mostra di Ca’ la Ghironda. E provo un’analoga emozione di vertigine e di sorpresa. Ciò che il bambino allora “toccava” nella sua corsa, adesso mi si trasforma in consapevole percezione: il nero ha un anima che ingloba in sé l’energia del silenzio di ogni luce. Il nero è la camera cosmica in cui dorme la luce. Non è dunque del nulla l’immagine più consueta. Ma qui invece diventa quella di un oltre: di un’ aldilà del confine d’ogni crepuscolo, in cui le cose smettendo la forma che le individua e le delimita, si prendono per mano. Non più “visibili” - eppur continuando ad essere ancora lì nel buio esattamente se stesse - fluiscono l’una nell’altra, dando luogo ad un sonno solidale, smarrendosi nell’amplesso di ciascuna con un Tutto che le rigenera. “Esiste questa notte, quest’avventura dell’amore sotto tenebra e maschera, lungo scale segrete, questo lasciarsi dietro ogni cosa, e questo approdare al mondo diverso, al mondo divino e assoluto?” (I) - E può valere anche per il pittore cio’ che H.U.Von Balthasar individua per il mistico? Ovvero la scoperta più estasiante: che esiste un pertugio segreto nel muro d’ombra d’ogni noche oscura in cui versano il bambino e il santo, ma anche il pittore più solo quando giunge a spogliarsi anch’egli dei fantasmi del giorno? Quando non sogna più soltanto dinnanzi all’ “al di quà” la visione di un giorno che non muore: la luce bloccata di Vermeer, l’eternità mentale di Cezanne, la carezza del tempo posata sugli oggetti di Morandi. Quando invece cerca di spingersi “oltre” il dissolversi quotidiano delle forme finite del mondo. E avanza con loro nel vuoto dove il nero le trascina. E ascolta nel profondo di sé il riverbero dei loro echi. E si confonde con il loro abbraccio. In quasi trent’anni di seria e appartata decantazione, l’avventura pittorica di Giuseppe Lippi - per la critica più avveduta - sembrava muoversi inizialmente nel segno di una sua originale contiguità con una variegata cultura versiliese (Micieli). Partita da un’evocazione esistenziale e lirica del frammento, secondo una matrice già cara a un Marcucci a un Santini, ha poi sempre più avvertito la labilità della presa che abbiamo sul reale (Carlesi). La memoria tornava ad aggregare cose viste e dimenticate in impianti figurali con solide strutture segniche alla Sironi. Ma non era certamente un’idea di stabilità delle forme ad affermarsi, semmai si faceva sempre più strada la loro dissoluzione in una originale ricreazione del visibile, preferendo il segno al disegno, l’immediatezza del gesto pittorico ad una più decantata gestazione, e tout court l’indefinito al finito (Pasquali). Figlio anarchico di un espressionismo esistenziale - più che un vero informale come è stato più volte impropriamente definito - metteva allora impeto e calmo rigore nella volontà di “voler tener sù la tela o il foglio in forza di un gioco libero e ferreo al contempo di strutture dinamiche (Lunetta). E ancor più acutamente, come ha sottolineato Marcello Ciccuto, egli mantiene viva questa sua capacità non di rappresentarci lo schema esterno del reale, bensì il suo peso specifico più intimo in una movimentata drammaticità che procede l’azione da cui sgorga ogni sua immagine. Eppure ferma restando l’assoluta validità di ognuna di queste prerogative formali, l’universo poetico di Lippi è animato da un rovello, da un pathos, da un desiderio d’intima comunione che tutte le trascende. Acutamente e con grande lungimiranza, Raffaele De Grada,sin dal l981,aveva intuito come in Lippi prevalga l’educazione ad un’arte dell’anima, “qualcosa che avvicina alla musica più che alla parola, alla sintesi con il mondo più che all’analisi di un suo particolare”. E questo suo rifiuto premeditato di dover piacere, e il rigore che la sorregge, e l’attenzione verso l’essenziale, e la sua parsimonia del colore, e questo suo tornare a tormentarsi comunque in una stessa direzione, dicono l’intensità di un’esperienza interiore che si infine si caratterizza per una sua essenza tutta spirituale. Religiosa, oserei dire, visto com’essa di continuo faccia la sua scommessa di fede sulla bellezza e il valore che possono sprigionarsi dal “nero”.
Il bimbo che teme nel buio l’estrema sparizione delle cose e il santo che dubita del niente oltre la notte dell’anima, attendono una risposta: se il nero-fisico o mentale sono qui la stessa cosa - sia comunque abitato dal divino. E ribaltando questa nostra prima, infantile esperienza di morte, Lippi finisce allora per attribuirgli un valore semantico del tutto opposto a quello che la stessa tradizione linguistica ci affida. Non rappresenta il suo nero un’invadenza onnivora del nulla. Non è il luogo in cui ogni colore è negato. Non risponde a quel “nekros” che ci riporta a un senso originario d’infausto e di luttuoso. Né dinnanzi al volto d’una notte senza stelle prova quell’intimo, originario spavento che sin dalla radice sanscrita “nac-” stava ad indicare l’istante pauroso e nocivo in cui tutto ci viene di colpo cancellato.
Ed ecco per Lippi il nero d’ogni crepuscolo levarsi come un alba all’inverso in cui le forme migrano a disfarsi per abbracciarsi, Il nero d’ogni crepuscolo altro non è che un punto di confine: un velo che le consegna al segreto d’un amore che - come già si diceva - le rigenera nella non luce. Come le stelle quando implodono e si avvinghiano l’una a l’altra, vorticosamente precipitando nel pozzo senza fondo di un buco nero, per tornare chissà quando a rifiorire ai limiti dell’Universo. Esiste dunque una sorta di respirazione cosmica, come dell’umana coscienza, delle forme nel loro andivenire, del loro sfiorire e rinascere che trova oltre il buio: il grembo, l’utero, la grande quiete, l’Ade senza tormenti che preparano la loro ri-velazione.
Con questa progressiva sequenza di visioni, Lippi ci conduce per mano oltre gli inferi della luce diurna. Purifica il nostro sguardo nei neri d’ebano, che lo spogliano d’ogni effimera illusione, preparandolo così a saper vedere aldilà d’ogni flotte. E quattro sono i momenti di sosta lungo questo cammino - discesa-salita, essendo proprio il nero il possibile d’ogni direzione che attende d’essere sperimentata Si parte da un “Nero nascente” che prepara ogni grande invasione serale. Grigi ondosi si addensano con leggerezza: niente è più docile e dolce della mano del Mago Nero. La forma sciama ed esce fuori di sé senza alcun timore di perdesi. E anche la battaglia fra l’azzurro e la notte più fonda, è soltanto apparente: è un gioco di seduzione fra due acrobati innamorati che giocano sul trapezio, prima di cadere ognuno nelle braccia dell’altro (Omaggio al nero).

«Anche se il cuore esita sempre ad entrare leggero nella notte. E la memoria del giorno resiste arginando la pesantezza del buio con costruzioni mentali di geometriche aperture. Tagli, squarci, porte sghembe e improvvise s’aprono sulla nostalgia del bianco che si assottiglia. Fino a che non si resta affascinati dal velluto trans-Iucido di un nero che ritaglia ed illumina la forma in un’estasi estrema. Così non appena si supera il temuto confine, il simulacro d’ogni “Grande oggetto” ci rivela la trama sofferta del suo vissuto. E oltre, varcato l’ultimo residuo d’azzurro che appena ci rammenta una vita peribile, le figure cominciano ad ignudarsi. E lentamente si sfila come un logoro tessuto la loro veste-forma nell’oltrevuoto che ancora ci rimane sconosciuto (Figura, I). Finché l’anima ”limpia y pura y vacia de todas formas y figuras” - come ancora direbbe San Juan de La Cruz - non giunge a contemplare la beltà della non forma. Quella che alfine riesce ad esprimere ogni coppia ri-velata di pure presenze che s’amano ormai senza volto e al di là d’ogni buio».

(Giuseppe Cordoni )