| NOTA CRITICA.
Al di qua del mare. Sull'ultima pittura di Loriano Geri.
Può l'evento d'un eclisse totale di sole rappresentare la sintesi estrema della visione a cui perviene la ricerca d'un pittore da sempre fedele ad un lungo e discreto dialogo con le cose? È quanto accade in quest'ultima fase dell'opera di Loriano Geri, artista come altri pochi così intimamente legato alle icone dell'universo poetico viareggino, eppure così abile nel trasfigurarlo in metafore universali di solitudine e di precarietà, d'attesa e di consunzione. Tanto che ogni suo ultimo paesaggio ci appare come un trampolino sospeso sull'enigma della nostra esistenza quotidiana. Basta a tale proposito entrare nello spazio traslucido e rarefatto delle due "Eclissi" dipinte nel 1999, quasi con l'intento di riassumervi, ad uno snodo epocale, i modi e il senso di quell'appartato cammino che da sempre distingue la sua arte. Nera pesa, in un cielo immenso, una luna accecata. Sembra lassù sospesa una luna di piombo che tra un istante precipiterà sovvertendo l'ordine stesso d'un mondo ormai destinato a sparire. Pende su in alto, al centro del quadro, sopra un relitto di costruzione industriale: forse la vecchia torre di comando d'una mancina del porto, o ciò che spettrale sopravvive d'un cancasseur di renaioli chissà da quanto in disuso ai margini del lago o del padule. O non c'è che lei sola ad invadere la tela, con questa sua straniata e apocalittica presenza, mentre giù in basso, in un angolo, insignificanti, appena s'intravedono i profili degli alberi e delle case. L'eclisse scorpora così la consistenza delle cose umane: implacabile le corrode con la sua ruggine, trasformando in un guscio consunto la loro sostanza minerale o metallica, si che un solo colpo di vento sembra che basti a trascinarle via. Mentre una luce da deserto, calcinata e irreale, venata d'un rosa stinto o d'un giallo morente, presta un'anima rassegnata al silenzio che tutto pervade ed annulla. Sgombrando così lo spazio dipinto, l'eclisse genera dunque l'idea d'un vuoto metafisico che attende l'ultimo nostro viaggio. Perché infine la psicologia del profondo che agita l'intero discorso esistenziale di Loriano Geri va forse ravvisata proprio nel motivo d'un viaggio avventuroso e liberatorio che non trova mai, o che non trova più, l'occasione del suo compimento reale. E che dunque finisce per tradursi in un'ansietà di fuga che trasfigura gli oggetti, i luoghi e gli strumenti e gli spazi stessi del viaggio in quinte e fondali, barriere e ordigni surreali che sempre ci precludono la vista dell'orizzonte marino. Ovunque la prospettiva frontale di Geri sente nel vuoto dei suoi cieli immensi il mare senza vederlo.
E il mare resta un aldilà nascosto o temuto o tradito: invisibile come la divinità dell'Infinito il cui volto non ci è permesso di rappresentare. E chissà se proprio questo desiderio rimosso d'essere altrove non interpreta comunque uno stato d'anime dell'artista; o non piuttosto un sentimento di decadenza che attraversa la sua stessa città, avvezza in altri tempi a rischiar le vie del mare con bei altro ardimento; o non esprime infine questa nostra contemporanea ipocondria di "sbarcati" che hanno smarrito il senso del viaggio religioso attraverso l'Infinito In ogni caso si resta sempre e comunque aldiquà di questo mare negato. E uno sguardo avido indaga proprio lungo la linea di confine che delimita e occulta l'orizzonte. Vi sono le carcasse di baracche bruciate di fronte ad una spiaggia invisibile e ad un cielo troppo vasto che sembra come il fuoco divorarle: finemente disegnato l'ossame delle loro interne strutture sventrate riverbera controluce, rivelando trame, intrecci, accordi di pali e travature con cui hanno sfidato venti di libeccio, mentre chissà quale altra violenza è approdata invece improvvisa a devastarle. Vi sono i lunghi muraglioni che nascondono darsene deserte. Raccolgono nel loro grembo la memoria e l'attesa d'ogni possibile viaggio: e neri o grigiastr,i ci appaiono tramati da graffiti e parole scolorite il cui senso ormai ci sfugge; e basta che di poco sia diverso il colore del cielo, perché cangi anche il momento e l'umore del giorno;
basta il sartiame delle navi alla fonda o di passaggio che appena sporge oltre di loro, o filiformi i triangoli delle alberature o il profilo dei ponti di comando, o la bocca dei fumaioli, ad evocarci, struggente, la libertà del mare che non c'è; festosi contrastano con il grigiore d'un'aldiquà in cui viviamo come carcerati.
Del resto nella pittura di Loriano Geri, sin dai suoi strepitosi esiti giovanili, ci si muove entro uno spazio che viene sempre percepito come prigione, solitudine e silenzio. Basta ripensare a certe sue prime monotone, disadorne e annerite periferie senza cielo, dove una teleria di case, di muraglioni già evidenti anche qui nella loro risultante compositiva, saturava l'intera visione, negando all'"oltre", all'aria libera, al vuoto ogni diritto di cittadinanza. Eppure vi permaneva l'esigua presenza di qualche viva creatura: in qualche curvo e rado passante o nella siesta di magri cavalli da tiro. E persino gli oggetti: le scheletriche e nere biciclette abbandonate, tipicamente geriane, diventavano emblemi d'una chiusa e sofferta condizione esistenziale. Ma si trattava comunque di tracce e di presenze ancora scopertamente umane, rivestite di grevi impasti bituminosi e smarrite fra gli incombenti volumi di ciechi cortili deserti. Poi, a poco a poco, ogni figura umana, ogni segno di vita s'è dissolto. O meglio è rimasto soltanto come reperto fossile, ossame prosciugato, relitto passato attraverso la forza vorace del fuoco. Lo si riscontra costantemente attraverso le innumerevoli nature morte, in cui lo spazio come l'oggetto rappresentato s'alleggerisce, e quasi perdendo ogni referente reale si dispone su una piatta, neutra e pressoché astratta bidimensionalità compositiva. E sembrerebbe di ritrovarci dinanzi a motivi e stilemi e atmosfere piuttosto consuete nella koinè più illustre della pittura versiliese, dominata peraltro quasi sempre da un cromatismo ferrigno o terroso e vólto perlopiù a connotare ed esprimere gli umori della vita che si spegne. Basta pensare al nero d'ebano che in Viani accende la sostanza tragica delle sue figure, o alle ocre spente e dilavate che in Santini assorbono gli oggetti-emblemi del suo realismo esistenziale, o ai verdi malva in cui si stempera il lirico intimismo di Marcucci, per percepire nei suoi picchi più intensi proprio quella gamma cromatica del male di vivere con cui il genius loci versiliese ha saputo rispondere ad un secolo di assurdità e di violenze inaudite. Non v'è dubbio anche la pittura di Loriano Geri aderisce e partecipa a questa attitudine di una cultura pittorica, come quella viareggina, che è stata, per oltre mezzo secolo, capace di traslare nel volto d'una città e d'un paesaggio anche le più intime mutazioni degli animi e delle coscienze. Ma è doveroso a questo punto saper individuare criticamente quel tratto che ne sancisce invece l'esito suo più originale. E io credo che possa esser colto senz'ombra di dubbio proprio nella frontalità dell'impianto spaziale a cui perviene. Nel vuoto che invade la tela, nella levità lunare che scorpora le cose e le rende così sottili, come di carta velina, e quasi irreali. Come bene ha messo in evidenza Nicola Miceli, Geri sostituisce alle tradizionali inquadrature oblunghe orizzontali della tradizione visuale versiliese, "schemi in cui si riconoscono i tagli derivanti dalla Nuova Figurazione, e dunque d'un linguaggio visivo tributario del cinema ancor più che della fotografia...Una sintassi molto semplificata, ovviamente, ma che proprio per questo diviene un dato stilistico interessante sicuramente non banale, capace semmai di "caricare" di una certa stranita "imaginerie" questi progetti che altrimenti sarebbero semplici ricognizioni figurali." E lo si percepisce persino in quelle vedute di darsene e cantieri viareggini quasi "fotografati" con un nitore grafico assoluto.
Ma la lunga e quotidiana confidenza percettiva del soggetto non deve qui trarci in inganno. Perché anche l'ombra dei capannoni, il profilo della lunga nave in costruzione, le grandi lettere "SEC" alzate sui tralicci del cantiere, appaiono in verità ben altro da uno scampolo di città conosciuta. S'impongono invece, con questa loro atmosfera straniante e sognata, come luoghi di desolata incompiutezza. Come se l'uomo li avesse disertati all'improvviso. E sembra allora ogni tramonto, ogni lento e irrimediabile crepuscolo essere causato proprio da quest'umano abbandono. Così, come nell'"Eclisse", anche qui le cose finiscono per smaterializzarsi aggredite da una luce di ruggine che rapida le corrode; in bilico fra troppo cielo e il filo d'acqua stagnante, solo aspettano d'essere inghiottite, ("Tramonto in Darsena", 1998). E in queste immagini di taglio frontale che meglio colgono l'idea di precarietà che più minaccia le cose dove l'uomo s'è dissolto, Loriano Geri inserisce un altro aspetto decisivo della sua peculiarità cromatica. Perché anche la sua modulazione parrebbe inserirsi in quel solco dell'intimismo tonale che meglio sviscera gli stati d'animo e che, come sottolineavamo, sempre caratterizza la grande tradizione versiliese. E se pure è evidente come anch'egli scremi sempre la tavolozza verso grigi semitoni, accade invece che se allontani proprio per quella sua stesura traslucida e calibratissima delle tinte più fredde. Cosicché queste sue ultime figure vi si ritagliano contro, timbricamente dissonanti; e come già fuori del tempo, sembrano ormai fissarsi ad una distanza smisurata da chi le guarda. E questa loro oggettiva estranietà ce le rende ancora più inafferrabili. Tanto che certe subitanee accensioni dei rossi ruggine o dei bruni conferiscono alle nude sagome di ciò che appare la parvenza d'un miraggio, ("Nave in costruzione",! 994). Proprio questa atipicità della visione così traslucida, straniante e sognata conferisce infine all'arte di Geri una peculiarità che assolutamente lo distingue. Così a chi sosta deluso aldiquà del mare sembra che a poco a poco il mondo finisca per spogliarsi d'ogni presenza reale. E soltanto l'immaginazione è in grado di fingersi il limite estremo del viaggio: l'isola senza tempo, la spiaggia fine e impalpabile su cui anche il guscio d'ogni vita fuggita: un bucranio abbandonato, seguita teneramente a dialogar con la luna. E allora tocca a Loriano Geri il compito di tradurci il candore sovrumano di questo loro silenzio.
Pietrasanta, 4 settebre 2000
(Giuseppe Cordoni)
CENNI BIOGRAFICI.
Loriano Geri nasce a Viareggio il 16 marzo 1935. Sensibile
fin da giovane all'ambiente pittorico, frequenta nei primi anni Cinquanta il "Centro
Versiliese delle Arti", punto di incontro degli artisti locali.
Inizia la sua attività espositiva e nel 1950 allestisce
la sua prima personale a Viareggio. Contemporaneamente vive di varie esperienze
in collettive importanti in Italia.
Nel 1951 allestisce due personali: presso la Galleria
d'Arte Frattini in Viareggio e alla Saletta d'Arte Giardelli in
Pisa.
Nel 1952 viene invitato alla “I Mostra di Pittura e
Scultura” a Lucca, allestisce una personale a Viareggio e partecipa alla collettiva "Bottega
dei Vageri" sempre a Viareggio.
Nel 1953 è presente alle "Olimpiadi Culturali della
Gioventù” a Roma e al "Premio Nazionale Marzotto". Nello stesso ed ancora nella sua città natale espone in una personale alla Galleria d'Arte Fratinii e viene premiato alla “Mostra d'Arte Navale".
Nel 1954 partecipa alla "IV Mostra di Pittura Premio Bagni
di Lucca", al Premio "Visioni di Lucca" presso la Galleria Macarini, alla collettiva "Centro Versiliese delle Arti" in Viareggio e
alla collettiva "Circolo Artistico Versiliese" in Pietrasanta. Inoltre, allestisce una
personale alla Galleria Bagarini in Lucca, viene premiato al Premio Nazionale
"Rosignano Solvay" e al Premio Nazionale "Visioni di
Lucca", vince il 1° premio ex-aequo al Premio Nazionale "Unità"
di Carrara ed è segnalato al Premio Nazionale "Pontedera". Nello
stesso anno e negli anni 55/57 una apposita giuria lo invita al soggiorno in
Vinci al Premio "Il Lavoro nei Campi", che lo vede protagonista. In questo periodo ha l'opportunità di stringere rapporti con artisti quali Giovanni Marc, Farulli, Faraoni, Midollini, contatti
determinanti nella sua formazione pittorica, confronti con maestri di varie
estrazioni figurative che scavano nell'intimo artistico di Geri con nuove
indicazioni per la sua pittura.
Nel 1955 partecipa alla “Rassegna d’Arte Contemporanea
in Toscana” in Firenze, al Premio Nazionale “Amadeo Modigliani” in
Livorno, viene segnalato al Premio “Maschere e Carnevale” in Viareggio, al Premio
Nazionale “Triglia d’Oro” in Marina di Carrara e al Premio “Bagni di
Lucca”. Sempre nello stesso anno viene premiato al V Premio Nazionale del Disegno “Diomira” in Milano e al Premio "Beppino Cosci".
Siamo nel 1956 e l'artista versiliese viene segnalato al "Premio Pontedera", nel "Marzotto" a Roma ed invitato a partecipare alla mostra "Artisti Toscani" che si tiene a Lindau in Germania.
La terra d'origine, pur bella ed amata, gli si fa artisticamente stretta. Delle origini della sua pittura - quella versiliese tradizionale - Geri porterà in sé sempre una matrice intimistica, ma il desiderio di provare e di vivere l'arte a trecentosessanta gradi lo spinge - siamo nel 1957 - verso una nuova visione della pittura in una Milano dominata dal realismo espressionistico, trasponendo nella materia e nella composizione le silenziose
darsene e le periferie urbane della sua Viareggio.
Il sentimento, il dialogo, la spiritualità che si
avvertono nei suoi lavori colmi di angosciose solitudini si sostituiscono alle
tematiche precedenti. Sempre nel 1957, si pone in evidenza fra i migliori
giovani nella pittura nazionale, trionfando nel "Premio Città di Viareggio",
nel "San Fedele" a Milano e nella Esposizione d'Arte Contemporanea che in
quel tempo era il "Premio Forlì".
E' un periodo fertile per esperienze, vissuto attraverso
esposizioni, selezioni e riconoscimenti che lo vedono ai vertici di numerose
manifestazioni, che vanno dal Premio Nazionale "Suzzara" (1958), al Premio
Nazionale "III Mostra d'Arte Giovanile" in Roma ed il "Nazionale Giovanile"
in Firenze.
Il suo nome e la sua fama si estendono nell'ambito nazionale
ed arrivano gli inviti degli addetti ai lavori per mostre-premio tipo il Premio
Nazionale "Bergamo" (1959), il Premio Nazionale di Disegno “Diomira”
in Milano (dove viene indicato come fra i primi tre migliori partecipanti), fino
alla partecipazione alla "VIII Quadriennale Nazionale" di Roma.
Lasciati alle spalle i vari influssi versiliesi, la
pittura di Geri si stacca lentamente dalle cromie più diverse per definirsi sul
"bianco e nero", con il quale ottiene effetti di luce e
drammaticità, come ebbe a notare Raffaele De Grada: «Geri è il pittore di una
generica malinconia urbana, che prende il posto del giudizio e della
contemplazione».
Le rassegne a premio erano in quegli anni il leit
motive che spronava all'attività i giovani pittori: da una rassegna regionale
si correva distinguendosi ad un'altra nazionale, riscuotendo vivi
riconoscimenti e citazioni, ma il tutto era regolato dalla selezione che
imponeva la continuità dei migliori.
Siamo agli anni Sessanta, dalla mostra "Sei
pittori al Gianni Schicchi" in Viareggio, al riconoscimento del Premio
"Masaccio" in S. Giovanni Val d'Arno, alla Collettiva
Nazionale "Amedeo Modigliani", ai grandi meriti acquisiti in
Olbia nell'omonimo premio, in questa frenetica attività Loriano Geri, in una
Sardegna ospitale, si apre agli spazi dei paesaggi nelle colline lunghe e
bruciate. L'impatto con il nuovo mondo colpisce interiormente la
sua visione iconografica di cui lentamente trasfigura ancor di più la
realtà.
Sente il colore e la necessità del suo recupero. Superato
il condizionamento del "bianco e nero" che in lui da qualche anno dominava,
l'artista dà il via ad un ciclo di opere rappresentanti paesaggi sardi, a
larghe campiture e di colore scalato, ispirati ad un pregevole recupero di un
ordine che è sensitivo racconto spaziale.
Nel 1962 partecipa con successo ai Premi Nazionali "Arezzo"
e "Avezzano". Sempre in quell’anno la Galleria d'Arte Moderna
di Lucca acquista una sua opera. Inizia una lunga tournee negli U.S.A.
con la Galleria Tornabuoni di Firenze, senza far mancare la sua partecipazione
a selezioni a premio di grande importanza quali il "Marche" ad
Ancona, il "XVII Premio Michetti" a Francavilla a Mare, la "XIV Rassegna
Nazionale delle Arti Figurative Città di Avezzano".
Nel 1963 inizia a raccogliere i meriti della sua pittura
e viene chiamato ad esporre in Firenze nella "Saletta del Fiorino"
con grandi attestati di critica e stima riportati sui vari giornali regionali e
nazionali. Cerca di ritrovarsi nella sua Versilia con i colleghi locali e
partecipa alla costituzione del "Gruppo Versilia" con cui espone in
varie città italiane, ma l'esperienza e di breve durata, i principi e le mire
erano diametralmente opposti.
Il 1964 e un anno importante. Grazie all'amicizia con il
pittore Giuseppe Martinelli, Geri si trasferisce a Milano per soddisfare la sua
sete di nuovi orizzonti pittorici ed inizia così per lui un nuovo percorso creativo.
L’ospitalità del Martinelli in Milano si rivela fruttifera
per le nuove conoscenze artistiche prodotte con i vari Banchieri, Luporini, Giannini,
con cui già si era confrontato in Versilia.
Milano diventa il "centro" di questa nuova
ricerca che porterà a dibattere per un comune indirizzo i già menzionati pittori
con i vari Gianfranco Ferroni, Cappelli, Scapaticci con cui in serrati cenacoli
presso la trattoria "Domenico" in via Procaccini, si darà origine
alla "nuova figurazione", movimento a cui Geri si sente
particolarmente vicino.
Continua la mietitura di premi all'interno di mostre
importanti quali la "Giovanni Fattori" del 1964 a Livorno. A Forte
dei Marmi, presso l'omonima Galleria, espone in una apprezzatissima rassegna e
nel 1965 si aggiudica il "Bartalena" a Livorno e sempre nello
stesso anno nella Città toscana gli vengono riconosciute ambite onorificenze al
"Giovanni Fattori".
La Sardegna, precisamente Cagliari, nel 1966 presenta una
collettiva "4 Pittori Toscani" dove Geri riesce a distinguersi
per freschezza di concetti e progettualità. Inizia una stagione altamente
operosa per l'artista che lo vede primeggiare nelle attenzioni dei critici e
dei galleristi.
Il "Guernica", premio in Viareggio pone Loriano al primo
posto fra i partecipanti e nel frattempo si allestiscono due personali in Lucca
alla Bottega d'Arte 33 ed in Viareggio alla Bottega d'Arte Versiliese.
Con il 1968 Geri ritorna alle visioni delle sue Darsene, ma il tutto filtrato dalle
esperienze maturate nei contatti milanesi con il gruppo della "Nuova
Figurazione" combinati a richiami di iperrealismo.
Vincitore nel Premio Nazionale "Golfo del Sole"
a Follonica, si vede acquistare una sua opera da collocare nella pinacoteca del
Liceo "Vallisneri" a Lucca.
Gli anni a venire, consegnano al nostro
artista una serie di premi quali il "S. Biagio" (1969), il "Filettole"
(1970), il "Massarosa" (1971/72) ed il "Meeting
internazionale Monteverde" a Carrara (1973).
Due sono le sue personali che lo vedono esporre nel 1976:
al Magazzino del Sale a Viareggio e presso la Pisanello a Pisa.
Una lunga pausa di riflessione porta Geri ad allontanarsi
per circa quindici anni dall'agone pittorico. Si distacca da questo ambiente
ricercando sé stesso nella famiglia e nel lavoro, quasi un depurarsi da tossine
morali, in una ricerca costruttiva e filosofica, immergendosi in attenzioni
diverse.
Una pausa silente, ma certamente riflessiva, una pausa
che ha imposto uno screening della sua creatività, un dibattito fra sé e sé,
che forse ha comportato una piacevole competizione fra cosciente e subcosciente
ma che in fondo - e di più non vogliamo indagare - ci ha riconsegnato un artista
spoglio di remore passate e ricostruito per nuove e fruttifere stagioni.
Siamo all'anno 1991 e Geri torna ad approcciarsi
con i colori, le tele, le "sue" darsene e le "sue" marine; un inizio forse
stentato, alla ricerca dell'ambiente, ma si riparte.
Dal 1992 un nuovo taglio d'artista si offre al proscenio:
iIncontri culturali ed inviti in importanti rassegne
nazionali ed internazionali.
Nel 2000 si presenta, con un catalogo curato dal critico
Giuseppe Cordoni, in una sua personale dal titolo "Aldiquà del
mare" nel Chiostro S. Agostino in Pietrasanta.
Itineranti sono le personali; viene ospitato su spazi di
grande livello quali quelli del Comune di Volterra, Palazzo Pretorio, nel 2001
presso la Galleria d'arte contemporanea di Pavullo nel Frignano a Modena.
Invitato poi dal critico Nicola Miceli alla rassegna
"Nel clima della contestazione: inquietudini e impegni della pittura in
Toscana" presso il Centro espositivo di Villa Gori a Stiava in cui
espone tra l'altro con la mostra "I pittori del Bar Mori".
Nel 2002 sempre con la mostra "Aldiquà del Mare" espone a Venezia presso
l'Istituto Romeno di Cultura a Palazzo Correr.
Nel 2003 inizia una serie di opere: l'essenza estrema
della realtà assoluta interpretata negli ultimi dieci anni di attività
pittorica.
Ultimamente è invitato alla rassegna d'arte "L’età
delle illusioni mancate" a cura del critico Giuseppe Cordoni in Palazzo
Mediceo a Seravezza e a Ponte Ronca di Zola Predosa (BO) presso il Giardino della Cultura Europea. Nello stesso anno allestisce una personale, curata dal critico Fabio Castelle, intitolata "Il Silenzio Perduto" presso il Centro Espositivo di Villa Gori a Stiava.
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