Caracas 1952
NOTA CRITICA.
Le origini di artisti particolarmente dotati sembrano ricondurre [...]
ad una certa abilità magica, che solo pochi possiedono, di esprimere
dal profondo una lingua universale. Ciò che esprimono questi artisti
è la verità su di noi ed il nostro mondo, le leggi basilari, le connessioni
che in qualche modo l'artista percepisce. Ella o egli descrive per
tutti noi quei sentimenti, indicandoci dove trovarli, con una qualche
forma esteriore - un colore, oppure una forma o un suono - concepita
per piacere a quante più persone possibile. Questa creazione, che
noi chiamiamo arte, aiuta ognuno di noi a cercare e, si spera a trovare,
quello stesso luogo profondo e quelle stesse sensazioni di gioia.
Quest'energia indagatrice che nasce dentro di noi è creativa e positiva.
Nel suo sorgere impetuoso che da forma all'arte, essa rappresenta
una forza attenuante quell'energia esteriore impegnata nell' accumulare
potere e cose materiali.
L'essere condotti così dall'artista e dall'arte lontano dalle difficoltà
di tutti i giorni, verso un luogo comune interiore di sentimenti e
riflessione, dal quale tutti noi proveniamo, ci da un senso di sollievo
enorme, una libertà, quasi un ritorno alla nostra infanzia.
Per far questo, il vero artista non può ovviamente mentire. E quanto
più sinceramente ed artisticamente ella o egli ci conduce e si unisce
a noi [...] tanto più grande sarà la sua forma artistica. Questa è
la ragione per cui tutta la grande arte parla di libertà e verità,
e per cui essa nasce in tutti noi ed appartiene a tutti noi.
Marìa Gamundì è una di quelle rare persone, un'artista che usa i suoi
sentimenti per cogliere la verità, per svelarla a noi e per poi costruirla
con grande abilità nelle sue sculture.
Tre radici principali sono chiare nel suo lavoro. La prima è europea,
un classicismo di una chiarezza e di una semplicità stupefacenti.
Questo è dovuto alle origini all'Isola di Maiorca di suo padre Gamundì
è un nome catalano come Mirò, come Dalì, e Gaudì. La seconda radice
è sudamericana, e perciò orientale, dato che gli Indiani d'America
traggono le loro lontane origini dall'oriente. I parenti materni di
Marìa sono in parte venezuelani di nascita. La terza e più significativa
delle tre radici è universale ed eterna: la donna. Nessuno di noi
potrà mai rimanere indifferente davanti al corpo umano - particolarmente
a quello femminile. Nell'usarlo così intensamente nella ricerca di
connessioni ideali, Marìa tocca profondamente il tema della nostra
stessa nascita e della nostra stessa energia creativa. Le sue donne
languide, feconde, materne, si rivolgono a «ciò che in noi è
dono...» e parlano «alla nostra capacità di gioia e meraviglia,
al senso di mistero che circonda le nostre vite».
Ecco come Marìa descrive l'enigma della creazione: «Cerco
di lavorare finche il pezzo non ha una sua propria vita. Credo sia
in quell'attimo che ti rendi conto di aver creato un'opera d'arte
- il pezzo parla da solo. Puoi fare un volto che non dice niente.
E poi, finalmente, fai qualcosa. Improvvisamente il pezzo assume un
suo proprio carattere. In esso vi è un qualcosa di diverso da tutti
gli altri. Ecco perché lavoro spontaneamente. Io non avverto ciò che
avviene finché non avviene, né sò come l'ho fatto. L'ho semplicemente
fatto.»
(Richard Fremantle) CENNI BIOGRAFICI.
Marìa e nata a Caracas nel 1952. Nella famiglia di sua madre vi erano
stati degli artisti, pertanto il suo amore precoce per le arti fu
ben accolto. Uno di questi artisti era Antonio Herrera Toro, un pittore
famoso nel Venezuela, che eseguì grandi pitture murali per la Cattedrale
di Caracas nello stile francese accademico tardo ottocento. Dipinse
anche paesaggi e ritratti. Quando Marìa era una giovane ragazza, la
famiglia possedeva ancora una bella collezione dei suoi lavori. Sfortunatamente,
in un momento di bisogno, tutta la collezione fu venduta ad un commerciante
e poi dispersa. Ci fu anche uno scrittore nella famiglia di sua madre,
un cronachista di Caracas, Enrique Bernardo Nuhez, che scrisse il
famoso classico, Caracas de los Techos Rojos.
La formazione culturale di Marìa, in parte europea ed in parte sudamericana,
si ampliò all'età di nove anni. Suo padre morì. Sua madre si trasferì
nel New Jersey con Marìa, i suoi fratelli e sorelle minori, e lì,
per quattro anni, Marìa frequentò le scuole del convento locale. Dopo
un ulteriore periodo di tre anni in Venezuela, Marìa ritornò negli
Stati Uniti, questa volta a New York. Finito il liceo nel Bronx, Marìa
si iscrisse al Pratt Institute di Brooklyn.
Nella famiglia di Marìa nessuno nutriva il minimo dubbio che lei fosse
destinata alle arti. Già da bambina era considerata l'artista di famiglia,
con la mamma che sempre la incoraggiava nel disegno, nella pittura,
e naturalmente nel modellare.
Oggi, Marìa racconta: «Al Pratt era come Alice nel paese
delle meraviglie. Per due anni ho frequentato ogni corso che potevo
dove vi fosse un modello, pittura, disegno e scultura. Poi, nel 1972
- avevo vent'anni - ho partecipato ad un programma dell'Università
New York State, ad Urbino nell'Italia centrale».
Urbino è la città di Raffaello. Durante il Rinascimento era un grande
centro artistico, la corte dei Duchi di Montefeltro. «Rimasi
lì a lavorare tutta l'estate e l'autunno. Poi, nel gennaio del '73
mi sono trasferita sulla costa tirrenica, a Pietrasanta, per studiare
scultura. Quasi subito conobbi Earl Neiman, un'artista di New York
che stava costruendo una pala d'altare per la chiesa vecchia di Saint
Patrick, a New York. «Iniziammo a fare delle escursioni
dedicate alla pittura, ed a lavorare assieme a progetti congiunti.
Uno di questi fu una grande pittura murale per la chiesa di Pruno,
vicino a Pietrasanta. Un altro progetto che amammo molto fu quello
di dipingere, separatamente, le stesse scene, per come le vedevamo.
In seguito esibimmo assieme questi paesaggi. «Entro
il 1975 ci eravamo già sposati ed abitavamo nel sud della Germania.
Earl aveva uno studio a Miesbach, vicino a Monaco, dove lavorava ad
opere commissionategli. Esponevamo a Monaco, Vienna e Colonia. Ma
ogni tanto tornavamo in Italia per lavoro. Dopo circa tre anni vissuti
in Germania, ci siamo stabiliti a Monteggiori per essere vicino alle
fonderie ed alle cave di Pietrasanta. In seguito, abbiamo anche lavorato
assieme realizzando numerose vetrate per chiese. Da allora viviamo
a Monteggiori, nella grande casa di fronte alla chiesa.[...]».
Oltre ad un certo numero di sculture realizzate su commissione in
vari paesi, Marìa ha partecipato a molte mostre sia collettive che
personali. La sua esposizione del 1989 alla "Fondacion Eugenio Mendoza"
di Caracas fu un tale successo che il Museo de Bellas Artes della
città la invitò ad esporre le sue opere all'interno del museo. Per
questa esposizione importante nella sua terra natale, Marìa preparò
delle grandi sculture, utilizzando in modo particolare la pietra auresina
di Trieste, che lei usa spesso, ed il bronzo.
Quasi sempre Marìa lavora prima con l'argilla, che viene poi seccata
e cotta per diventare terracotta. Ma è felice anche quando sviluppa
idee, o nuove versioni di idee, in cera, o in uno qualsiasi dei tre
materiali illustrati in questo catalogo, oppure in legno, un altro
elemento che lei ama.
[...]
Marìa è tutt'altro che un'artista intellettuale. I movimenti nella
scultura o pittura moderna - gli ismi, l'avvento o il trapasso di
nomi o di concetti intellettuali, di teorie o di personaggi nell'arte
moderna - nessuna di queste cose la interessano molto. «Amo
guardare la gente - specialmente sulla spiaggia. I piedi, le mani,
le schiene, il mio stesso corpo, quello dei miei figli. Per me l'arte
è qualcosa che rende più bello il mondo, che gli da un senso di gioia.
Ci sono degli artisti che vogliono esprimere infelicità e frustrazione.
Questa non è la mia missione. Io cerco di creare forme che sono belle.
Lavoro con una modella e voglio che tutto sia anatomicamente corretto.
Ma una volta raggiunto questo, riduco le cose alle forme fondamentali,
essenziali. E' una semplificazione.»
La sua evoluzione ha subito poche influenze i fauves e gli impressionisti,
per i loro colori accesi. «Nella scultura, sono
stata affascinata dagli occhi di Laurana - dice, riferendosi al grande
scultore rinascimentale Dalmata che lavorò in Italia, particolarmente
ad Urbino, per i Duchi di Montefeltro. E Michelangelo ha avuto su
di me una grande influenza. Il suo lavoro ha una tale energia inferiore
I suoi volumi e la sua anatomia sono esagerati, più grandi della realtà.
Nessuno prima di lui aveva trattato l' anatomia in quel modo. Dall'intaglio
si può tuttora osservare come lui pensava e lavorava. «Gli
egiziani - aggiunge - sono un'altra influenza. L'uso di una pietra
estremamente dura li ha costretti a ridurre tutto all'assoluto essenziale.
I messicani, particolarmente i Maya, fecero altrettanto ma per ragioni
diverse. In Venezuela abbiamo correnti simili. Tra i moderni, poi,
vi sono taluni le cui sculture hanno, secondo me, un'anima - Rodin,
Moore, Marino Marini, Francisco Zuñiga, Cornelius Zitman, Barlach,
Manzù. Sento anche un'affinità con la compatriota, Marisol.»
Marìa Gamundì non sente alcuna necessità di appartenere ad un'idea
di gruppo, di movimento o di momento. Nella sua ricerca della perfezione
e nella sua calma umanità, il suo lavoro non scaturisce da altra gente
o da altro lavoro, e nemmeno da un determinato momento nel tempo.
Nasce da un'osservazione seria, premurosa e da uno stimolo che proviene
dalla natura.
Nella prefazione a II Negro del Narciso, Conrad scrisse:
«L'arte stessa può essere definita come un tentativo
onesto di render giustizia al mondo visibile nel modo più alto possibile,
portando alla luce la verità molteplice ed una che giace sotto le
diverse apparenze. E un tentativo di scoprire nelle sue forme, i suoi
colori, le sue luci, le sue ombre, nelle apparenze della materia e
nei fatti della vita, ciò che in ognuno di questi elementi è fondamentale,
ciò che sopravvive ed è essenziale - la sola qualità convincente e
chiarificatrice - la verità stessa della loro esistenza.»
Questa è la missione di Marìa Gamundì
(Richard Fremantle) |